L’ossessione di un outsider, tra ping-pong, ambizione e caos esistenziale

Un biopic frenetico sul sogno americano e l’ossessione di un outsider, tra ping-pong, ambizione e caos esistenziale. Il nuovo film di Josh Safdie con Timothée Chalamet reinterpreta il mito di un campione anticonformista, conquistando critica e pubblico con ritmo e audacia.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Un protagonista fuori dagli schemi
“Marty Supreme” è un film del 2025 diretto da Josh Safdie, presentato in anteprima al New York Film Festival e approdato nelle sale statunitensi a Natale prima di sbarcare in Italia nel gennaio 2026. La pellicola, giudicata dalla critica un’opera energica e originale, rilegge in forma narrativa la vita del leggendario giocatore di tennistavolo Marty Reisman, trasformandola in una parabola sul desiderio di riscatto e sulla ricerca ossessiva di grandezza.

Al centro della vicenda c’è Marty Mauser, interpretato da Timothée Chalamet: un giovane venditore di scarpe nel Lower East Side di New York, ossessionato dal ping-pong e deciso a farsi un nome in un mondo che non sembra volerlo. Tra truffe, scommesse e partite improvvisate nei circoli cittadini, il personaggio incarna un’antieroe spregiudicato, capace di entusiasmare e irritare, e rimanda a più ampi archetipi del cinema americano sull’outsider.

Tra realtà e finzione: genere e tono
Pur partendo da una figura reale, il film non si limita a una biografia fedele, ma mescola elementi sportivi, commedia noir e caratterizzazione psicologica. L’ambientazione negli anni ’50 restituisce uno spaccato vivido della New York postbellica, in cui il ping-pong — sport ancora di nicchia — diventa metafora di ambizione, identità e caos. Il ritmo della narrazione, spesso accelerato e imprevedibile, rispecchia l’energia delle partite e delle vicissitudini di Marty, oscillando tra ironia, tensione emotiva e follia controllata.

Un cast e una regia di spicco
A sostegno di Chalamet, nel cast spiccano nomi come Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion, Kevin O’Leary, Tyler the Creator, Abel Ferrara e Fran Drescher, che contribuiscono a costruire un tessuto di personaggi eccentrici e memorabili. La regia di Safdie, noto per il suo stile immediato e spesso anarchico, conferisce al film un tono che sfugge alle convenzioni del biopic tradizionale, proponendo un’esperienza cinematografica vivace e irregolare.

Candidature, premi e accoglienza
“Marty Supreme” ha raccolto attenzione anche nei circuiti dei premi: tra le candidature ai Golden Globe e agli Oscar del 2026, il film ha ottenuto riconoscimenti e posizioni di rilievo in varie categorie, confermando il suo impatto sia critico sia presso il pubblico internazionale. La performance di Chalamet è stata in particolare al centro del dibattito, elogiata per intensità e profondità nel tratteggiare un personaggio fuori dal comune.

Un film che reinventa la narrazione sportiva
Lontano dal conformismo dei classici film sportivi, “Marty Supreme” intreccia la storia di un individuo con quella di un’epoca e di un ambiente culturale affollato di contraddizioni. Il ping-pong, strumento narrativo centrale, diventa specchio di un’America in trasformazione e di una generazione pronta a tutto per lasciare un segno. Il risultato è un’opera che sfida le attese, coinvolge per ritmo e inventiva e lascia allo spettatore una visione intensa di ambizione e vulnerabilità.

Conclusione
Con la sua miscela di biografia romanzata, commedia frenetica e studi di personaggi memorabili, “Marty Supreme” si impone come uno dei titoli cinematografici più discussi e stimolanti degli ultimi anni. Diretto con mano sicura da Safdie e sorretto da un cast brillante, il film offre una prospettiva inedita sul mito dell’outsider e sull’infinita ricerca della supremazia personale in un mondo che sembra sempre un passo avanti.


Note essenziali sul film

  • Titolo originale: Marty Supreme
  • Regia: Josh Safdie
  • Anno: 2025
  • Genere: biografico (liberamente ispirato), sportivo, commedia drammatica
  • Ambientazione: New York, anni Cinquanta
  • Durata: circa 140 minuti
  • Produzione: A24
  • Distribuzione: Stati Uniti (Natale 2025), Italia (gennaio 2026)
  • Interpreti principali:
    • Timothée Chalamet (Marty Mauser / ispirato a Marty Reisman)
    • Gwyneth Paltrow
    • Odessa A’zion
    • Fran Drescher
  • Ispirazione reale: il film prende spunto dalla figura di Marty Reisman, campione statunitense di tennistavolo, reinventandone liberamente biografia e carattere.
  • Stile e tono: ritmo frenetico, dialoghi taglienti, regia nervosa; il biopic viene piegato a una forma narrativa irregolare, più vicina al cinema di personaggi e all’ossessione che al racconto sportivo classico.
  • Temi centrali: ambizione, identità, marginalità, competizione, costruzione del mito individuale nell’America del dopoguerra.
  • Accoglienza critica: positiva, con particolare apprezzamento per l’interpretazione di Chalamet e per la regia anticonvenzionale; film discusso per la sua libertà narrativa rispetto ai canoni del genere.

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Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore). Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.

Il valore duraturo di una commedia che continua a parlare con voce moderna e intelligente

Un classico della commedia brillante riproposto in scena con due protagonisti di rilievo e una messinscena che intreccia battute argute e dinamiche di coppia. A Biella, il Teatro Odeon ospita la pièce che esplora gelosia e desideri con eleganza e ritmo, tra colpi di scena e riflessioni sottili.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Un classico rivive sul palco
Martedì 13 gennaio 2026, il Teatro Odeon di Biella ha accolto il ritorno di L’anatra all’arancia, commedia teatrale scritta a quattro mani da William Douglas-Home e Marc-Gilbert Sauvajon e diretta da Claudio “Greg” Gregori, in una produzione che unisce tradizione e modernità sul palcoscenico piemontese.

La pièce, parte della stagione promossa dal Comune di Biella e organizzata dal circuito culturale Il Contato del Canavese, mette in luce le dinamiche di un gruppo di personaggi che si muovono come pedine su una scacchiera di rapporti umani, tra inganni, gelosie e colpi di scena.

Trama e gioco psicologico
Al centro della vicenda c’è un intricato quadrilatero sentimentale. Gilberto e Lisa, dopo aver confessato reciprocamente tradimenti e fragilità, decidono di trascorrere un fine settimana “a quattro” con i rispettivi amanti, Patrizia e Leopoldo. La scelta di condividere tempo e spazio dà il via a una sequenza di situazioni paradossali in cui ogni parola e gesto sembrano mossi da strategie sottili.

L’ambientazione, permeata da dialoghi sagaci e da un senso di eleganza algida, riflette l’idea che ogni relazione sia, in fondo, un gioco di mosse e contro-mosse. La preparazione dell’anatra all’arancia, piatto che dà il titolo alla commedia, funge da espediente narrativo: la sua esecuzione infatti diventa il pretesto per svelare tensioni, malintesi e fragilità dei personaggi coinvolti.

Protagonisti e stile
La messa in scena vede protagonisti Emilio Solfrizzi e Irene Ferri, affiancati da Ruben Rigillo, Beatrice Schiaffino e Antonella Piccolo, in ruoli che mettono in luce la versatilità della compagnia e la capacità di restituire al pubblico un equilibrio tra ironia e profondità emotiva.

La regia di Gregori si distingue per il modo in cui calibra ritmo e tono: i movimenti scenici, talvolta sinuosi e talvolta improvvisi, insieme alla scelta di un setting che richiama un elegante soggiorno in villa, contribuiscono a creare un’atmosfera sofisticata e immersiva, in cui il pubblico è costantemente sospeso tra divertimento e riflessione.

Un classico dal sapore universale
L’anatra all’arancia è molto più di una commedia di equivoci: è un testo che, pur nato negli anni Sessanta, conserva una sorprendente attualità nella capacità di raccontare le sfumature dell’animo umano. Con le sue battute argute, i giochi di ruolo e la tensione tra apparenza e verità, la pièce sollecita lo spettatore a guardare oltre gli inganni per cogliere i desideri e le paure che animano i rapporti di coppia.

La storia, infatti, mette in scena non soltanto la commedia degli errori tra adulti affiatati e traditori, ma anche il modo in cui le convinzioni personali e le insicurezze possono trasformarsi in veri e propri ostacoli alla comprensione reciproca. In questo senso, la rappresentazione biellese conferma l’opera come un classico intramontabile, capace di parlare all’oggi con ironia e acutezza.

Riflessione e intrattenimento
La pièce offre un’esperienza teatrale che unisce leggerezza e profondità, trasformando una commedia brillante in un’occasione di riflessione sulle dinamiche di coppia e sulle maschere sociali. Lo spettatore, catturato dall’eleganza dei dialoghi e dal ritmo incalzante, è portato a seguire con partecipazione le sorti dei personaggi, riconoscendo nelle loro vicende e nei loro errori un riflesso delle complessità universali delle relazioni.

In definitiva, L’anatra all’arancia sul palco del Teatro Odeon rappresenta un momento di teatro di prosa di alto profilo: capace di divertire, intrigare e indurre alla contemplazione sottile delle dinamiche umane, confermando il valore duraturo di un testo che continua a parlare con voce moderna e intelligente.


Note essenziali

  • Titolo: L’anatra all’arancia
  • Autori: William Douglas-Home e Marc-Gilbert Sauvajon
  • Genere: commedia brillante, commedia di costume
  • Anno di debutto: anni Sessanta
  • Regia: Claudio Gregori
  • Interpreti principali:
    • Emilio Solfrizzi
    • Irene Ferri
    • Ruben Rigillo
    • Beatrice Schiaffino
    • Antonella Piccolo
  • Allestimento: ambientazione borghese contemporanea, interni eleganti; scenografia funzionale al ritmo serrato dei dialoghi
  • Struttura: due atti
  • Durata: circa 120 minuti (intervallo incluso)
  • Temi: gelosia, adulterio, manipolazione emotiva, potere nelle relazioni di coppia, apparenza e verità
  • Tono: ironico, sofisticato, con dialoghi rapidi e costruzione quasi “da partita a scacchi”
  • Luogo della rappresentazione: Teatro Odeon, Biella
  • Stagione: cartellone teatrale 2025–2026

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Il romanzo che esplora bellezza e violenza nella frontiera d’Europa

Un esordio narrativo che fonde la tensione del crime con la forza evocativa della lingua, tracciando il profilo di una terra aspra e di uomini determinati a dare senso alla loro esistenza. Il nuovo libro di Giuseppe Galliani, pubblicato da Einaudi nella collana “Stile libero”, è una storia di indagine, destino e redenzione, capace di evocare paesaggi memorabili e intrecci umani profondi.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Un esordio letterario che sorprende
Con Questa feroce bellezza, l’autore esordiente Giuseppe Galliani si presenta sulla scena letteraria italiana con un romanzo che non si limita a raccontare una vicenda, ma costruisce uno spazio narrativo carico di tensione, linguaggio ricercato e paesaggi vividi. Pubblicato da Einaudi nella collana Stile libero, il libro si propone come un’opera di narrativa contemporanea in grado di parlare al lettore con voce intensa e immediata fin dalle prime pagine.

Ambientato in una delle ultime steppe d’Europa — fra l’Altopiano Murgiano e la Fossa Bradanica — il romanzo si apre su un paesaggio arso dal vento e modellato dalla solitudine, dove ogni elemento naturale sembra riflettere le aspirazioni e le fratture interiori dei personaggi. In questo contesto, la bellezza stessa appare come qualcosa di feroce, al tempo stesso attraente e minacciosa.

Indagine, destino e frontiera
La trama si sviluppa attorno alla figura del tenente della Forestale Ian Dabrowski, un uomo che ha scelto di vivere ai margini e di confrontarsi con un mondo duro e spesso incomprensibile. Giunto da un anno in quelle terre estreme, Dabrowski si trova coinvolto in un caso che lo costringe a guardare oltre l’apparenza delle cose: il dodicenne Gheorghe Bunget viene ritrovato senza vita in circostanze oscure, e la verità ufficiale — un presunto suicidio — non convince il forestale. Inizia così una ricerca personale, un’indagine ufficiosa che diventa metafora di un desiderio di giustizia e di verità in un territorio in cui le linee tra bene e male, innocenza e colpa, risultano sfumate.

Accanto a Dabrowski si muove la figura del fratello del ragazzo, accecato dal dolore e deciso a vendicarsi, mentre altri personaggi senza scrupoli emergono nella narrazione, ciascuno portatore di prospettive e desideri propri. Queste traiettorie umane, intrecciandosi, restituiscono al lettore l’idea di una frontiera in cui ogni gesto ha un peso e ogni scelta trascina con sé conseguenze profonde.

Il paesaggio come specchio dell’anima
Un elemento chiave del romanzo è la rappresentazione del paesaggio: non una mera cornice, ma un vero e proprio personaggio narrativo. I luoghi descritti da Galliani — dure steppe, altipiani battuti dai venti, neve e pietra — non sono solo sfondo, ma riflettono e amplificano le tensioni emotive dei protagonisti. In queste geografie estreme, la bellezza è “feroce” perché capace di affascinare e allo stesso tempo di mettere alla prova chi vi abita o vi si avventura.

Questa dialettica tra esterno ed interno, tra ambiente e sentimento, è sorretta da uno stile linguistico colto e preciso. Secondo alcuni critici, Galliani utilizza una lingua che sa essere al contempo lieve e lirica, rigorosa e poliedrica: una lingua che non si limita a descrivere, ma costruisce e rivela la dimensione profonda dell’anima umana attraverso immagini e metafore incisive.

Tra violenza e grazia: temi universali
Pur collocandosi in un contesto geografico specifico, Questa feroce bellezza affronta temi di respiro universale: il limite tra violenza e grazia, il peso del destino individuale, il bisogno di redenzione e il desiderio di giustizia. La narrazione invita il lettore a riflettere sul rapporto tra l’essere umano e il mondo che lo circonda, sulle contraddizioni che animano le relazioni e sulle tensioni interiori che definiscono le scelte di ciascuno.

L’indagine di Dabrowski, per quanto privata, si carica di un significato più ampio: non è solo la ricerca della verità su un caso specifico, ma un modo per interrogarsi sul senso delle cose, sulla possibilità di trovare ordine in un mondo che spesso sembra dominato dal caos. In questa prospettiva, il romanzo si legge come un viaggio attraverso le pieghe dell’animo umano, un percorso in cui la bellezza non è mai semplice o consolatoria, ma sempre intensa e complessa.

Un esordio significativo nella narrativa italiana
Con i suoi 328 pagine e una data di uscita recentissima come gennaio 2026, Questa feroce bellezza segna l’ingresso di Galliani in un panorama letterario ricco di voci e di stili. La collana Einaudi Stile libero, da sempre attenta a proposte narrative innovative e di qualità, trova in questo romanzo un testo in cui contenuto e forma si integrano con coerenza ed efficacia, offrendo al lettore un’esperienza di lettura coinvolgente e stimolante.

In un panorama in cui la narrativa contemporanea spesso esplora i confini tra genere e sperimentazione, l’opera di Galliani si distingue per la sua capacità di combinare tensione narrativa, profondità psicologica e densità poetica. Il risultato è un romanzo che non si accontenta di raccontare una storia, ma si propone come specchio delle contraddizioni e delle bellezze che attraversano il nostro tempo.


Note editoriali essenziali

  • Titolo: Questa feroce bellezza
  • Autore: Giuseppe Galliani
  • Editore: Einaudi
  • Collana: Stile libero
  • Anno di pubblicazione: 2026
  • Genere: narrativa italiana contemporanea, romanzo di confine, noir esistenziale
  • Ambientazione: Sud Italia, tra Altopiano delle Murge e Fossa Bradanica
  • Struttura narrativa: romanzo corale con asse investigativo
  • Protagonista: Ian Dabrowski, tenente della Forestale
  • Temi centrali:
    • bellezza e violenza
    • giustizia e responsabilità individuale
    • paesaggio come destino
    • marginalità, colpa, redenzione
  • Stile: lingua sorvegliata e densa, forte componente evocativa; equilibrio tra tensione narrativa e introspezione psicologica
  • Elemento distintivo: il paesaggio naturale come personaggio attivo della narrazione
  • Formato: cartaceo ed ebook
  • Pagine: 328
  • ISBN: 9788858450185

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Joline Terranova, già disponibile sulle principali piattaforme di streaming

Dal pop al R&B, un nuovo singolo che racconta la ricerca di respiro in tempi frammentati, disponibile in radio e sulle piattaforme digitali. La cantautrice italiana con un brano che combina energia e riflessione, tra contaminazioni sonore e messaggi di rallentamento esistenziale.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Un’espressione sonora per tempi frenetici
Venerdì 6 febbraio 2026 entra in rotazione radiofonica Con Relax, il nuovo singolo di Joline Terranova, già disponibile sulle principali piattaforme di streaming digitale a partire dal 30 gennaio.

Il brano segna un nuovo capitolo nella produzione artistica di Terranova, che spazia tra influenze pop, R&B e elettroniche, configurandosi come una traccia contemporanea e articolata. La canzone riflette una sensibilità rivolta alla velocità dei nostri tempi, all’assillo delle notifiche e alla pressione costante di “essere sempre produttivi”. Con Con Relax, l’artista propone invece un’idea di musica come pausa, invito esplicito a rallentare e ritrovare sé stessi.

Tra ritmo e riflessione
La struttura musicale combina un’energia luminosa con arrangiamenti ricchi di sfumature: i elementi pop-rock si intrecciano a quelli elettronici, creando un equilibrio che sorregge un messaggio di calma per contrasto con un tessuto sonoro dinamico. L’intento dichiarato dall’artista — raccontato in diversi interventi — è quello di esplorare un desiderio di “respirare” in un mondo che spinge incessantemente verso l’azione e la performance.

Secondo Terranova, il titolo stesso nasce da una battuta scherzosa poi tradottasi in ispirazione: un’espressione familiare — “Relax, relax, relax” — trasformata in tema centrale del brano e in ossatura dei testi. Il risultato è un pezzo che invita alla riflessione, ma lo fa con leggerezza, giocando con il ritmo e con la tonalità per raggiungere un pubblico più vasto possibile.

Il video e la dimensione visiva
Il videoclip ufficiale di Con Relax è stato girato presso il Limen Wellness Hotel di Campofelice di Roccella, in provincia di Palermo, con la regia curata dalla stessa Terranova insieme a Nico Bellone e la partecipazione di comparse e attori che animano la narrazione visiva del brano.

Le immagini, che alternano momenti di quotidianità sospesa a sequenze più dinamiche, cercano di dare forma al concetto di pausa: non mera inattività, ma scelta consapevole di distacco da un ritmo imposto dall’esterno. In questo senso il video si propone come complemento visivo di un testo e di una composizione che vogliono restituire all’ascoltatore la sensazione di potersi fermare senza sensi di colpa.

Un suono oltre i confini di genere
La produzione di Con Relax riflette l’intento di amalgamare diverse tradizioni musicali: il cuore rimane pop, ma l’R&B e l’elettronica aggiungono profondità alla narrazione sonora. Questo approccio, che attinge a diverse influenze, permette al singolo di inserirsi in un dialogo più ampio all’interno dell’attuale scena musicale italiana, dove contaminazioni e sperimentazioni sono ormai consuetudini creative.

Il pezzo dunque non è solo un invito a “prendersi una pausa”, ma una riflessione sul rapporto tra individuo e ritmo della vita contemporanea, indagato attraverso armonie, testi e mood compositivi che oscillano tra leggerezza apparente e profondità riflessiva.

Terranova e il futuro creativo
Terranova, attualmente al lavoro su nuove composizioni ispirate a esperienze ed emozioni personali, ha sottolineato come questa fase creativa sia caratterizzata da un’apertura verso contaminazioni di suono che spaziano tra pop, soul e R&B. La pubblicazione di Con Relax sembra preludere a un percorso in cui l’artista non intende fermarsi, ma approfondire temi e sonorità in continuo mutamento.

In un’epoca in cui la musica spesso rispecchia la velocità del quotidiano, il nuovo singolo di Terranova propone una pausa musicale con un messaggio tanto semplice quanto potente: ricordare l’importanza di dare spazio all’ascolto di sé e alla propria libertà di ritmo, anche attraverso le note.


Note essenziali

  • Titolo del singolo: Con Relax
  • Artista: Joline Terranova
  • Disponibilità: pubblicato il 30 gennaio 2026 sulle piattaforme digitali di streaming; in rotazione radiofonica dal 6 febbraio 2026
  • Genere musicale: pop, R&B, elementi elettronici
  • Regia video: Joline Terranova e Nico Bellone
  • Location video: Limen Wellness Hotel, Campofelice di Roccella (PA)
  • Temi: pausa e rallentamento esistenziale, ritmo della contemporaneità

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Il gusto dei mari del Nord Europa guida le tavole italiane nel 2026

Dalla tradizione regionale alla cucina contemporanea, i grandi classici del pesce conservato ritrovano centralità grazie a nuove contaminazioni. Il ribes nero, eletto “sapore dell’anno”, entra in dialogo con baccalà e stoccafisso, aprendo una stagione di sperimentazioni tra memoria e innovazione.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Un patrimonio che attraversa i secoli
Nel 2026 baccalà e stoccafisso tornano al centro della scena gastronomica italiana, confermando una relazione storica che lega il nostro Paese ai mari del Nord Europa. Non si tratta di una riscoperta nostalgica, ma di una rilettura consapevole di due ingredienti che hanno segnato l’identità culinaria di intere regioni, dal Veneto alla Campania, dalla Liguria alla Calabria. La loro forza sta nella capacità di adattarsi ai linguaggi del presente, mantenendo intatto il legame con una tradizione antica.

Secondo i dati diffusi dal Norwegian Seafood Council, l’Italia si conferma il principale mercato mondiale per lo stoccafisso e uno dei più rilevanti per il baccalà. Un primato che non è solo quantitativo, ma culturale: pochi altri Paesi hanno saputo integrare questi prodotti in un così ampio repertorio di ricette locali.

Italia, primo mercato europeo
Il consumo italiano di stoccafisso e baccalà continua a distinguersi per varietà e profondità. In alcune aree, come il Veneto, il baccalà è diventato quasi un simbolo identitario; in altre, come la Liguria o la Sicilia, si è fuso con ingredienti del territorio, dando vita a piatti che raccontano storie di scambi commerciali, migrazioni e adattamenti.

Questo rapporto privilegiato spiega perché l’Italia sia oggi considerata il mercato di riferimento per i produttori norvegesi. La qualità della materia prima, la tracciabilità e il rispetto dei metodi tradizionali di lavorazione incontrano un pubblico sempre più attento alla provenienza e alla sostenibilità del cibo.

Il 2026 e la spinta dell’innovazione
Se la tradizione resta il punto di partenza, il 2026 segna una svolta creativa. Chef e ristoratori stanno sperimentando nuovi accostamenti, capaci di rinnovare l’immagine di baccalà e stoccafisso senza snaturarne l’essenza. Il trend dell’anno vede protagoniste le salse, le riduzioni e i contrasti agrodolci, pensati per alleggerire e contemporaneizzare piatti storicamente robusti.

In questo contesto si inserisce l’uso del ribes nero, o black currant, scelto come “sapore dell’anno” per la sua capacità di coniugare acidità, note fruttate e una lieve componente tannica. Un ingrediente apparentemente lontano dalla cucina mediterranea, ma sorprendentemente efficace nel dialogo con il pesce conservato.

Il ribes nero come elemento di rottura
Il ribes nero entra nelle cucine italiane come elemento di rottura controllata. Utilizzato in riduzioni, glasse o salse leggere, accompagna il baccalà mantecato o lo stoccafisso in umido, aggiungendo una dimensione aromatica nuova. L’acidità del frutto bilancia la sapidità del pesce, mentre il colore intenso contribuisce a una presentazione più contemporanea del piatto.

Questa scelta riflette una tendenza più ampia della cucina gourmet: recuperare ingredienti identitari e affiancarli a sapori inattesi, spesso di matrice nordica o internazionale, per costruire un linguaggio culinario globale ma radicato.

Tradizione regionale e visione gourmet
Il successo di questo trend sta nella sua capacità di rispettare le differenze territoriali. In Veneto il ribes nero può entrare come accento discreto accanto al baccalà alla vicentina; in Campania accompagna lo stoccafisso con patate e pomodorini, creando un contrasto elegante; al Nord-Ovest trova spazio in interpretazioni più minimaliste, vicine alla cucina nordica.

La tradizione regionale non viene cancellata, ma reinterpretata. È un dialogo tra passato e presente che risponde a una domanda crescente di autenticità, senza rinunciare alla sperimentazione.

Una cucina che guarda avanti
Il ritorno di baccalà e stoccafisso nel 2026 racconta molto del modo in cui la cucina italiana affronta il futuro: partendo da ingredienti umili e profondamente radicati, ma aprendosi a contaminazioni intelligenti. Il ribes nero, in questo scenario, non è una moda passeggera, ma il simbolo di un approccio più ampio, capace di rinnovare senza tradire.

Tra memoria gastronomica e ricerca contemporanea, il pesce del Nord continua così a parlare italiano, confermandosi protagonista di una cucina che sa evolversi restando fedele a sé stessa.


Note essenziali

  • Prodotti protagonisti: baccalà (merluzzo salato), stoccafisso (merluzzo essiccato)
  • Paese di origine principale: Norvegia
  • Mercato di riferimento: Italia, primo mercato mondiale per lo stoccafisso
  • Trend 2026: rilettura gourmet della tradizione regionale
  • Elemento innovativo: ribes nero (black currant), eletto “sapore dell’anno”
  • Ambiti di utilizzo: salse, riduzioni, glasse per piatti tradizionali rivisitati
  • Valori chiave: tradizione, qualità, sostenibilità, contaminazione creativa

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Alla base della sua identità c’è la leggenda medievale del Gallo Nero

Dal mito del Gallo Nero alla definizione moderna di un territorio, il Chianti Classico racconta secoli di storia, conflitti e cultura del vino. Un simbolo della Toscana che unisce racconto medievale, rigore produttivo e una visione contemporanea della viticoltura.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Un vino, un territorio, un racconto fondativo
Parlare di Chianti Classico significa attraversare una delle storie più dense e stratificate del vino italiano. Non è solo una denominazione, ma un’idea di territorio che prende forma tra Firenze e Siena, in una fascia collinare che da secoli è vocata alla viticoltura. Qui il vino diventa linguaggio politico, simbolo identitario e, con il tempo, marchio di qualità riconosciuto nel mondo.

Alla base di questa identità c’è una leggenda medievale, tramandata come racconto fondativo: quella del Gallo Nero, emblema che ancora oggi campeggia sulle bottiglie del Chianti Classico autentico.

La leggenda del Gallo Nero
Secondo la tradizione, per porre fine alle continue dispute territoriali tra Firenze e Siena, si decise di fissare i confini facendo partire due cavalieri all’alba: uno da Firenze, l’altro da Siena. Il punto d’incontro avrebbe segnato il limite tra le due città. L’ora della partenza sarebbe stata annunciata dal canto del gallo.

I fiorentini scelsero un gallo nero, tenuto a digiuno per giorni. Affamato e irrequieto, il gallo cantò molto prima dell’alba, permettendo al cavaliere fiorentino di partire in netto anticipo. Il risultato fu un confine fortemente favorevole a Firenze. Da allora il Gallo Nero è diventato il simbolo del Chianti Classico, emblema di astuzia, disciplina e identità territoriale.

Al di là del mito, il racconto restituisce bene il legame profondo tra vino, politica e geografia in Toscana.

Dalla storia alla denominazione
Il Chianti Classico vanta una delle più antiche regolamentazioni vitivinicole d’Europa. Già nel 1716 il granduca Cosimo III de’ Medici delimitò ufficialmente l’area di produzione del Chianti, anticipando di secoli il concetto moderno di denominazione d’origine.

Nel 1924 nacque il Consorzio del Chianti Classico, che adottò ufficialmente il Gallo Nero come simbolo. Nel 1967 arrivò il riconoscimento DOC, seguito nel 1984 dalla DOCG. Dal 1996 il Chianti Classico è una denominazione autonoma, distinta dal Chianti “generico”, con regole produttive più rigorose e una forte enfasi sul legame con il territorio.

Il territorio del Chianti Classico
L’area di produzione si estende tra le province di Firenze e Siena, comprendendo comuni come Greve in Chianti, Radda, Gaiole, Castellina, Panzano e parte di Castelnuovo Berardenga. Un paesaggio collinare, fatto di boschi, vigneti e borghi storici, che influisce profondamente sul carattere del vino.

I suoli variano tra galestro, alberese e argille, mentre l’altitudine e le escursioni termiche contribuiscono a dare al Chianti Classico freschezza, struttura e capacità di invecchiamento.

Il Sangiovese come spina dorsale
Il cuore del Chianti Classico è il Sangiovese, oggi obbligatorio in percentuale minima dell’80%, ma spesso utilizzato in purezza. Un vitigno esigente, capace di esprimere con grande precisione le caratteristiche del suolo e del microclima.

Accanto al Sangiovese possono comparire vitigni autoctoni come Canaiolo e Colorino, oppure internazionali come Cabernet Sauvignon e Merlot, ma sempre nel rispetto di un equilibrio che privilegia identità e finezza rispetto alla potenza.

Stile e riconoscibilità
Nel bicchiere, il Chianti Classico si distingue per note di ciliegia, viola, spezie, erbe mediterranee e una struttura tannica elegante. È un vino che punta più sull’equilibrio che sull’opulenza, capace di accompagnare la cucina toscana ma anche di dialogare con una gastronomia contemporanea.

Negli ultimi anni, il Consorzio ha introdotto la menzione Gran Selezione, riservata ai vini provenienti da singole aziende e con requisiti qualitativi più stringenti, rafforzando ulteriormente la piramide qualitativa della denominazione.

Un simbolo culturale prima che commerciale
Il Chianti Classico non è soltanto uno dei vini italiani più conosciuti all’estero. È un caso emblematico di come una denominazione possa costruire valore nel tempo attraverso la coerenza, la tutela del territorio e una narrazione condivisa.

Il Gallo Nero, nato da una leggenda di confine, è oggi il segno distintivo di una comunità produttiva che ha saputo trasformare una storia antica in un progetto moderno. Un vino che non rincorre le mode, ma continua a raccontare, con voce ferma, la complessità della sua terra.


Note essenziali

  • Denominazione: Chianti Classico
  • Area di produzione: Toscana, tra le province di Firenze e Siena
  • Simbolo: Gallo Nero (marchio del Consorzio del Chianti Classico)
  • Riconoscimenti:
    • Delimitazione storica dell’area: 1716 (Cosimo III de’ Medici)
    • DOC: 1967
    • DOCG: 1984
    • Denominazione autonoma: 1996
  • Vitigno principale: Sangiovese (minimo 80%, spesso in purezza)
  • Vitigni ammessi: Canaiolo, Colorino; in misura limitata Cabernet Sauvignon e Merlot
  • Stili:
    • Chianti Classico
    • Chianti Classico Riserva
    • Chianti Classico Gran Selezione
  • Caratteristiche sensoriali: acidità viva, tannini eleganti, note di ciliegia, viola, spezie ed erbe mediterranee
  • Vocazione: forte identità territoriale, capacità di invecchiamento, grande versatilità gastronomica
  • Consorzio: Consorzio Vino Chianti Classico (fondato nel 1924)
  • Valori chiave: tradizione, rigore produttivo, tutela del paesaggio, continuità storica

A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini.
Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore). Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.

“Perfect Days” di Wim Wenders è un film sul lavoro, non sulla felicità

A prima vista, Perfect Days potrebbe sembrare un film sul benessere, sulla lentezza, persino su una forma di felicità minimalista. In realtà, il lavoro di Wim Wenders è più rigoroso e meno consolatorio di quanto la sua fortuna recente lasci intendere. È un film che parla di disciplina, di ripetizione, di scelta consapevole di un perimetro ristretto. E lo fa senza trasformare questa scelta in un modello da imitare.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Il protagonista di Perfect Days, Hirayama, lavora come addetto alla pulizia dei bagni pubblici di Tokyo. Le sue giornate seguono una struttura quasi invariabile: sveglia, lavoro, pranzo semplice, musica ascoltata in auto, lettura serale. Non c’è conflitto narrativo nel senso tradizionale. Non c’è una traiettoria di crescita, né un problema da risolvere. È una scelta precisa, che sposta l’attenzione dallo sviluppo della trama alla qualità dell’osservazione.

Wenders costruisce il film come una sequenza di gesti, non come una storia da interpretare. La ripetizione non è un effetto collaterale, ma il centro del discorso. Hirayama non è un uomo che ha rinunciato al mondo, né un personaggio “illuminato”. È qualcuno che ha deciso di ridurre il proprio raggio d’azione e di restarci dentro con coerenza. Il film non suggerisce che questa sia una soluzione universale, né che sia priva di ambiguità.

Il lavoro è il vero tema del film.
Non il lavoro come fatica o come alienazione, ma come pratica quotidiana. Pulire, sistemare, controllare. Fare bene una cosa limitata. In questo senso, Perfect Days è un film sorprendentemente concreto. Non idealizza il mestiere del protagonista, non lo carica di valore simbolico. Mostra semplicemente che un lavoro ripetitivo può essere svolto con attenzione, senza che questo diventi una forma di riscatto morale.

La Tokyo di Wenders è funzionale a questo sguardo. Non è una città esotica, né spettacolare. È un ambiente ordinato, fatto di spazi pubblici progettati con cura. I celebri bagni pubblici disegnati da architetti internazionali — progetto reale, promosso dalla Nippon Foundation — diventano parte integrante del film non come attrazione, ma come contesto. L’architettura è lì per essere usata, non contemplata.

La regia è volutamente neutra.
Wenders evita ogni enfasi emotiva. La macchina da presa osserva, accompagna, non commenta. Anche i momenti che potrebbero diventare rivelatori — gli incontri casuali, le visite inattese, i frammenti di passato che emergono — restano sospesi. Non spiegano il personaggio, non lo “giustificano”. Servono piuttosto a ricordare che ogni scelta comporta una rinuncia, e che nessuna vita è completamente risolta.

La musica, elemento molto discusso del film, non ha una funzione decorativa. I brani ascoltati da Hirayama — rock e folk occidentale degli anni Sessanta e Settanta — non costruiscono nostalgia, ma segnano un tempo personale. Sono ascolti privati, non condivisi. Rafforzano l’idea di una vita che si svolge in gran parte fuori dal rumore contemporaneo, ma senza atteggiamenti di rifiuto o polemica.

Perfect Days non è un film che invita a rallentare. Invita piuttosto a osservare cosa accade quando si accetta la ripetizione come struttura e non come limite. Non propone una via d’uscita, non suggerisce un ritorno a forme di vita più autentiche. Si limita a mostrare una possibilità, con tutte le sue implicazioni.

Il successo del film, soprattutto in Occidente, dice probabilmente più del pubblico che del film stesso. In un tempo frammentato, l’idea di una giornata ordinata, prevedibile, appare rassicurante. Ma Wenders è troppo lucido per cadere nella celebrazione. Il suo film resta asciutto, persino distante. Non promette serenità. Mostra un equilibrio fragile, mantenuto giorno dopo giorno, senza garanzie.


Dati essenziali

Titolo: Perfect Days
Regia: Wim Wenders
Anno: 2023
Paese: Giappone / Germania
Durata: 123 minuti
Interpreti principali: Kōji Yakusho

Link di riferimento:
https://it.wikipedia.org/wiki/Perfect_Days


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Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore). Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.

“Perfect Day” come ascolto privato, non come dichiarazione

Quando Perfect Day compare in Perfect Days di Wim Wenders, non entra in scena come citazione nostalgica o come commento emotivo. Semplicemente, viene ascoltata. È una scelta coerente con il film e con il modo in cui Lou Reed ha sempre pensato la propria musica: non come veicolo di consolazione, ma come spazio individuale, non mediato.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Perfect Day è una delle canzoni più note del suo repertorio solista, pubblicata nel 1972 all’interno dell’album Transformer. Nel tempo è stata spesso interpretata come una ballata romantica, rassicurante, persino edificante. Ma questa lettura, pur diffusa, è riduttiva. Il brano è costruito su un equilibrio ambiguo, che non offre certezze né approdi chiari.

Musicalmente, Perfect Day è essenziale. Un arrangiamento misurato, il pianoforte in primo piano, una linea melodica che procede senza slanci improvvisi. Tutto contribuisce a creare una sensazione di calma controllata, mai enfatica. È una calma che non promette durata, ma solo una parentesi. Il giorno “perfetto” del titolo non è un modello, ma una circostanza.

Il testo è volutamente neutro.
Le immagini sono semplici: bere qualcosa, stare insieme, andare allo zoo, tornare a casa. Non c’è introspezione esplicita, non c’è un messaggio dichiarato. La famosa ambiguità dell’ultimo verso — spesso interpretato come una minaccia o come una dipendenza — non viene risolta. Reed non chiarisce, non corregge, non spiega. Lascia che il brano resti aperto.

È proprio questa apertura a rendere Perfect Day ancora efficace oggi. In un contesto musicale spesso sovraccarico di intenzioni, la canzone si sottrae a qualsiasi richiesta di partecipazione emotiva obbligata. Non chiede di essere condivisa, commentata, cantata insieme. Funziona meglio in un ascolto solitario, magari distratto, magari ripetuto.

Nel film di Wenders, questo carattere emerge con chiarezza.
La musica non serve a spiegare il personaggio, né a colorarne l’interiorità. È semplicemente una presenza costante, come le altre abitudini quotidiane. Ascoltare Perfect Day non rende Hirayama più felice, né più consapevole. Fa parte del suo tempo, del suo modo di attraversare la giornata.

Riascoltata oggi, la canzone conserva una qualità rara: non pretende attualità. Non è stata scritta per essere “sempre valida”, e proprio per questo lo è diventata. Non dialoga con il presente, non lo commenta. Rimane lì, disponibile, senza cercare nuove cornici interpretative.

Anche la voce di Reed contribuisce a questa distanza.
È piatta, quasi monocorde, priva di inflessioni emotive marcate. Non invita all’immedesimazione, non cerca empatia. È una voce che registra, non che confessa. In questo senso, Perfect Day è una canzone più osservativa che espressiva.

Come ascolto da fine settimana, il brano funziona perché non occupa spazio. Non accompagna, non riempie, non distrae. Sta in sottofondo senza diventare sfondo. È una musica che accetta di essere interrotta, ripresa, dimenticata e poi ritrovata.

In un’epoca in cui anche la musica tende a chiedere attenzione continua, Perfect Day propone una modalità diversa: ascoltare senza dover aderire. Senza trarne una lezione, senza caricarla di significati ulteriori. Una canzone che resta ciò che è, e che proprio per questo continua a funzionare.


Dati essenziali

Titolo: Perfect Day
Artista: Lou Reed
Album: Transformer
Anno: 1972
Durata: 3:46
Genere: rock / songwriter

Link di riferimento:
Official Audio Perfect_Day_(Lou_Reed)


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Tornare a Čechov oggi significa guardare il presente senza semplificarlo

Nel teatro contemporaneo c’è spesso un eccesso di intenzione. Gli spettacoli sembrano voler dire qualcosa prima ancora di mostrarsi, spiegare prima di lasciar accadere. In questo panorama, il ritorno costante a Čechov — e in particolare a Zio Vanja — non è un rifugio nel repertorio, ma una scelta di metodo. Čechov non accelera, non chiarisce, non risolve. Osserva.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Zio Vanja è un testo che continua a essere messo in scena perché resiste a ogni attualizzazione forzata. Non parla di una crisi specifica, ma di una condizione: l’attrito tra desiderio e realtà, tra aspettativa e risultato. I personaggi non sono vittime di un evento traumatico, ma di una lenta dissipazione del tempo. È questo che rende il testo ancora leggibile, e forse necessario, oggi.

Il teatro di Čechov funziona quando smette di cercare effetti.
Le regie più convincenti degli ultimi anni hanno rinunciato tanto al naturalismo nostalgico quanto alle trasposizioni programmaticamente contemporanee. Nessun bisogno di dichiarare l’oggi con oggetti di scena o costumi espliciti. Il presente emerge da solo, nel ritmo delle relazioni, nella gestione degli spazi, nelle pause. È un teatro che chiede allo spettatore di stare, non di reagire.

In Zio Vanja non c’è un conflitto centrale che organizza l’azione. C’è piuttosto una somma di frustrazioni, di rimpianti, di occasioni mancate. Vanja non è un eroe negativo, né un personaggio patetico. È un uomo che prende coscienza, troppo tardi, di aver vissuto una vita che non riconosce più come propria. La forza del testo sta nel non trasformare questa consapevolezza in riscatto.

Il lavoro degli attori è decisivo.
Čechov non tollera interpretazioni sopra le righe. Ogni personaggio vive in una zona intermedia, fatta di contraddizioni mai risolte. Le battute più importanti spesso non coincidono con i momenti più visibili. È un teatro che si gioca sulla precisione, sulla capacità di non sottolineare. Quando funziona, lo spettatore ha la sensazione di assistere a qualcosa che continua anche fuori dalla scena.

C’è un aspetto che rende Zio Vanja particolarmente adatto al nostro tempo: la mancanza di una prospettiva salvifica. Nessun personaggio trova davvero una via d’uscita. L’ultima scena, con Sonja che invita a continuare a lavorare e ad aspettare, non è una consolazione. È una constatazione. La vita non migliora, ma procede. È una conclusione dura, priva di retorica.

Il teatro, qui, non consola né denuncia.
Si limita a esporre una condizione umana senza cercare di orientarne il giudizio. In un’epoca in cui molte narrazioni culturali cercano di indicare una direzione, Čechov resta fermo. Mostra l’immobilità, la fatica del cambiamento, l’inerzia delle relazioni. E lo fa senza cinismo, ma anche senza indulgenza.

È per questo che Zio Vanja continua a funzionare come spettacolo da fine settimana. Non chiede una preparazione particolare, non promette una catarsi. Richiede solo attenzione e tempo. Due risorse sempre più rare. E forse è proprio questa la sua forza: ricordare che il teatro può essere uno spazio in cui non succede nulla di decisivo, e proprio per questo succede qualcosa di vero.


Dati essenziali

Titolo: Zio Vanja
Autore: Anton Čechov
Anno di composizione: 1897
Genere: dramma
Temi: tempo, disillusione, lavoro, occasioni mancate

Link di riferimento:
https://it.wikipedia.org/wiki/Zio_Vanja


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“Le perfezioni” e l’arte di osservare senza commentare

C’è una narrativa contemporanea che cerca continuamente di spiegare il tempo in cui vive, sovraccaricandolo di intenzioni, commenti, prese di posizione. Le perfezioni di Le perfezioni procede in direzione opposta. Non interpreta, non giudica, non corregge. Si limita a osservare, con precisione quasi geometrica, una forma di vita riconoscibile e diffusa.


A cura di Elena Conti
Caporedattrice – Experiences – Sezione Entasis Caffè

Il romanzo racconta una coppia di giovani italiani trasferitasi a Berlino, immersa in un ambiente creativo, internazionale, apparentemente libero. Non c’è una vera trama nel senso tradizionale: non accadono eventi decisivi, non si costruiscono svolte narrative. Il libro avanza per accumulo di dettagli, abitudini, scelte ripetute. È in questa ripetizione che prende forma il suo discorso.

Latronico lavora per sottrazione.
La scrittura è controllata, regolare, priva di picchi emotivi. Ogni frase sembra calibrata per restare in superficie, evitando qualsiasi affondo psicologico. Non è freddezza, ma metodo. L’autore rinuncia consapevolmente alla profondità tradizionale del romanzo per mettere a fuoco un’altra dimensione: quella dell’aderenza. I personaggi non vengono scandagliati, ma descritti attraverso ciò che fanno, consumano, scelgono.

Il centro del libro è una vita organizzata attorno a un’idea di perfezione quotidiana: spazi abitativi ordinati, lavori creativi ma instabili, relazioni curate, attenzione costante all’immagine. Tutto è funzionale, coerente, replicabile. E proprio questa coerenza, portata avanti senza strappi, diventa progressivamente una gabbia.

Il tempo è l’elemento decisivo del romanzo.
Non il tempo della crescita o della trasformazione, ma quello della permanenza. Le giornate scorrono simili, le scelte si ripetono, le variazioni sono minime. È un tempo che non si oppone, ma scivola. Le perfezioni mostra cosa accade quando la stabilità non è il risultato di una conquista, ma di una continua manutenzione.

Il libro funziona perché non cerca l’allegoria. Non pretende di rappresentare una generazione, né di trarne una diagnosi definitiva. Si limita a mettere in fila comportamenti, lessico, spazi. L’effetto è straniante proprio perché privo di enfasi. Il lettore riconosce ciò che legge, spesso senza poterne indicare un punto preciso.

Anche il lavoro occupa un ruolo centrale.
È un lavoro flessibile, creativo, apparentemente libero, ma privo di una struttura che permetta di misurarlo nel tempo. Non è alienante nel senso classico, ma instabile. Non produce conflitto, ma una forma di adattamento continuo. È un lavoro che non si oppone alla vita privata, perché ne è parte integrante. E proprio per questo diventa difficile distinguerlo da essa.

La forza di Le perfezioni sta nel non offrire vie di fuga narrative. Non c’è un momento di rottura, né una presa di coscienza risolutiva. Il romanzo si chiude come è iniziato, lasciando intatto il sistema che ha descritto. È una scelta coerente, che evita qualsiasi tentazione consolatoria.

Come lettura da fine settimana, il libro funziona perché è breve, concentrato, leggibile senza sforzo. Ma non è una lettura leggera. Richiede attenzione, perché lavora sulle sfumature, sulle minime variazioni. È un romanzo che non chiede empatia, ma lucidità.

In un panorama letterario spesso diviso tra autofiction esibita e narrativa di intrattenimento, Le perfezioni occupa uno spazio intermedio e preciso. Non racconta un’eccezione, ma una normalità. E lo fa senza alzare la voce, senza cercare complicità emotiva. Mostra, e si ferma lì. È abbastanza.


Dati essenziali

Titolo: Le perfezioni
Autore: Vincenzo Latronico
Editore: Bompiani
Anno di pubblicazione: 2022
Genere: romanzo contemporaneo

Link di riferimento:
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