Perché tanti artisti rifiutano i nomi delle loro opere

Da secoli il titolo accompagna l’opera d’arte come un sigillo, una promessa di senso. Eppure una lunga tradizione moderna – dall’Espressionismo astratto all’Arte Povera – ha scelto il silenzio, trasformando il “Senza titolo” in una dichiarazione poetica e politica. Il nuovo libro di Chiara Ianeselli ricostruisce questa storia: una battaglia dell’immagine contro l’impero delle parole.


L’arte che parla senza pronunciare il proprio nome

In un’epoca dominata dalla comunicazione, dal personal branding e dalla crescente pressione a rendere le opere immediatamente riconoscibili, l’idea di lasciare un quadro “Senza titolo” può apparire quasi spiazzante. Eppure, negli ultimi due secoli, migliaia di artisti hanno rivendicato proprio questa forma di sottrazione: un modo per sottrarre il loro lavoro al dominio della letteratura, alla necessità di spiegare e guidare la lettura. È questo nodo culturale – sottile, affascinante, ricco di implicazioni – che Chiara Ianeselli affronta nel saggio Sulla necessità del Senza titolo. Il silenzio come linguaggio dell’arte (Postmedia, 2025). Un libro che ripercorre genealogie, conflitti e scelte radicali dietro una formula apparentemente neutra, in realtà tra le più dense di significato nella storia dell’arte contemporanea.

Storica dell’arte trentina oggi in servizio al MAXXI di Roma, Ianeselli distilla nel volume il cuore della sua ricerca dottorale: una lunga indagine sui titoli delle opere e soprattutto sull’assenza di titolo, ricostruita attraverso una bibliografia internazionale ricchissima e una serie di dialoghi diretti con testimoni d’eccezione del secondo Novecento – tra cui figure dell’Arte Povera come Giovanni Anselmo, Giulio Paolini, Piero Piacentino e Giuseppe Penone.

Quando l’arte non aveva bisogno di un nome

Per comprendere la portata rivoluzionaria del “Senza titolo”, Ianeselli ricorda che per secoli il problema non si era nemmeno posto. Nei dipinti destinati alle committenze religiose o aristocratiche il soggetto bastava a definire l’opera: Madonna col Bambino, Natività, Ritratto di…. L’identificazione avveniva tramite descrizioni dettagliate, non attraverso un titolo sintetico.

Lorenzo Lotto, nel suo Libro dei conti, registra nel 1545 il pagamento ricevuto per una Vesperbild oggi a Brera; ma ciò che annota non è un titolo, bensì una lunghissima descrizione iconografica. All’opposto, il celebre caso della Tempesta di Giorgione testimonia la libertà assoluta del pittore veneto: nessuna firma, nessuna indicazione; sarà Marcantonio Michiel, vent’anni dopo la morte dell’artista, a battezzare l’opera con il nome che ancora oggi la identifica.

La progressiva nascita del collezionismo privato tra Seicento e Settecento, e poi l’esplosione del mercato moderno nell’Ottocento e nel primo Novecento, mutano radicalmente il quadro: i mercanti necessitano di opere identificabili, commerciabili, riconoscibili. Nascono così titoli sistematici, spesso non dati dagli artisti ma imposti dai cataloghi, dagli inventari, dai galleristi.

Il Simbolismo e il Surrealismo aggiungono un ulteriore strato: titoli enigmatici, poetici, evocativi – L’enigme d’une heure, lasciato da De Chirico sul telaio del suo dipinto del 1911 – rendono l’opera una creatura di due mondi, quello visivo e quello verbale.

La ribellione: quando l’immagine combatte la parola

Proprio contro questo “dominio della letteratura” si schiera la moderna pratica del Senza titolo. Ianeselli ricorda un episodio emblematico: nel 1872 James Abbott McNeill Whistler invia alla Royal Academy il suo Arrangement in Gray and Black, ma il catalogo aggiunge arbitrariamente la dicitura Portrait of the Mother of the Painter. Whistler protesta furiosamente: per l’artista, conoscere l’identità della figura ritratta è irrilevante; la pittura è “poesia dello sguardo”, non racconto narrativo.

A partire dal secondo Novecento, questo dissenso diventa un movimento. I protagonisti dell’Espressionismo astratto – Rothko, Pollock, Baziotes, Clyfford Still – rigettano ogni titolo che imponga una lettura univoca. Still, irritato dai nomi poetici inventati da Peggy Guggenheim per le sue opere, rimuove nell’immediato dopoguerra tutti i titoli estranei, adottando un sistema a lettere e numeri. Rothko, dal 1948, sceglie l’ambiguità metodica: opere numerate, oppure semplicemente Senza titolo con un riferimento ai colori predominanti.

Questa sottrazione non è una timidezza; è una presa di posizione. L’immagine rivendica la propria autonomia. L’artista rifiuta di essere narratore.

Minimalismo e integralismo: arte senza riferimenti

Se l’Espressionismo astratto combatte per liberare la pittura dalla parola, il Minimalismo compie un ulteriore passo: elimina ogni possibile legame tra opera e mondo reale. Donald Judd, teorico antesignano della nuova avanguardia americana, proclama apertamente: “Preferisco l’arte che non è associata a nulla”. Nei suoi scritti – tra cui Specific Objects e le celebri Lamentele – l’artista difende un’arte che non racconti, non descriva, non simbolizzi: pura presenza nello spazio.

I suoi oggetti modulari, tanto criticati quanto influenti, portano titoli che non sono titoli ma codici: un modo per lasciarli liberi da ogni interpretazione. Robert Ryman, radicale pittore del bianco, spinge il concetto ancora oltre: nessuna illusione, nessun simbolo, nessun racconto. A volte usa come nominativi solo le marche dei colori impiegati; altre volte non usa alcun titolo, difendendo con ironia la mostra No Title Required, apice di una poetica che vede nel titolo un’intrusione indebita.

Il “Senza titolo” come segno dell’Arte Povera

In Italia, la stagione dell’Arte Povera – tra il 1967 e il 1971 – accoglie e rielabora questa tendenza. Germano Celant, teorico e promotore del movimento, definisce il Senza titolo come un “certificato fisico-mnemonico dell’esperimento”: non un sigillo narrativo, ma la traccia di un gesto, di un’azione, di un processo.

Per artisti come Giovanni Anselmo e Jannis Kounellis, l’assenza di titolo è un modo per sottrarre le opere alla tradizione letteraria e simbolista. Alighiero Boetti preferisce elencare i materiali impiegati, costruendo titoli tautologici che registrano il dato fisico dell’oggetto: Pietre e lastre di metallo (1968).

Diverso il caso di Giuseppe Penone, che invece difende la necessità di orientare la lettura: per lui il titolo non è vincolo, ma chiave. Lo dichiara a Ianeselli nel 2020: “Non è solo una ricerca formale. Il titolo indica un pensiero”. Così nascono opere come Respirare l’ombra, dove la parola apre uno spazio concettuale che l’immagine da sola non contiene.

Una lunga storia che continua

Il “Senza titolo” non è più una stranezza, né un vezzo. Alla 18ª Quadriennale d’arte di Roma, Francesco Stocchi ha usato proprio questa formula – in corsivo, secondo l’accezione proposta da Ianeselli – per intitolare una delle sezioni della mostra, quasi un omaggio alla storia del silenzio come gesto artistico.

Quel silenzio ha radici profonde: nasce dalla tensione tra immagine e parola, dalla lotta tra artista e sistema economico, dal desiderio di proteggere l’opera dalla sovrainterpretazione. È un silenzio polemico, meditato, a volte furioso; a volte ironico, altre volte mistico. Ma soprattutto è un silenzio che parla.

Ebbene, per mettere un punto e concludere, Chiara Ianeselli, con un metodo rigoroso e una scrittura limpida, mostra come dietro la scelta del “Senza titolo” si nasconda un’intera storia dell’arte alternativa: fatta di sottrazioni, di resistenze e di libertà. Il suo libro restituisce al pubblico non solo una ricostruzione critica, ma anche un invito: guardare l’opera senza pregiudizio, senza guida, senza la sicurezza di un nome. Lasciarsi leggere da ciò che si osserva. E accettare che, a volte, il silenzio dell’immagine è più eloquente di qualunque parola.


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