Una fase che la sociologia ha iniziato a chiamare “sexalescenza”

Non più terza età, non ancora vecchiaia. I sessantenni di oggi vivono una stagione inedita, fatta di libertà, energie ritrovate e nuovi progetti. Una fase che la sociologia ha iniziato a chiamare “sexalescenza”.


Negli ultimi decenni l’allungamento della vita media ha trasformato radicalmente il significato dell’età. Quello che un tempo veniva considerato il confine della maturità avanzata è oggi il punto di partenza per un nuovo capitolo esistenziale. I sessantenni non si riconoscono più nel cliché dell’anziano tranquillo e ritirato, ma incarnano una fase fluida, mobile, a tratti contraddittoria, che gli studiosi hanno definito con un neologismo efficace: sexalescenza, fusione tra “sessantenni” e “adolescenza”.

L’idea si diffonde in parallelo alle trasformazioni sociali ed economiche che hanno interessato l’Occidente negli ultimi cinquant’anni. In Italia, dove l’aspettativa di vita supera gli 83 anni, i sessantenni rappresentano non solo una fascia demografica consistente, ma anche un segmento centrale nella vita culturale, professionale e politica. Non più semplici custodi di memorie familiari, ma protagonisti di una stagione in cui il tempo libero, le risorse accumulate e la salute ancora solida consentono di sperimentare nuove possibilità.

Tra energia e fragilità: un’adolescenza al contrario

La sexalescenza condivide con la giovinezza una tensione vitale: la voglia di ripensarsi, di cambiare direzione, di investire in progetti che la vita lavorativa o familiare aveva lasciato in sospeso. È l’età in cui si riscoprono passioni artistiche, si ricomincia a studiare, si viaggia, si avviano piccole imprese o si coltivano impegni civici.

Allo stesso tempo, come nell’adolescenza, questa stagione porta con sé ambivalenze. Se da un lato c’è il piacere della libertà ritrovata, dall’altro si affaccia la consapevolezza dei limiti fisici, la fragilità dei rapporti, il senso del tempo che passa. È una fase di passaggio, segnata dal desiderio di restare nel mondo con intensità, ma anche dalla necessità di confrontarsi con nuove vulnerabilità.

Un fenomeno sociale

La sexalescenza non è solo un atteggiamento individuale, ma un fenomeno collettivo. L’uscita graduale dal lavoro, spesso accompagnata da pensioni più consistenti rispetto alle generazioni più giovani, permette di vivere i sessant’anni come una fase progettuale, piuttosto che come un inizio di declino. Non a caso, sociologi e studiosi del costume hanno iniziato a descrivere questa età come un “secondo tempo” della vita adulta, capace di ridefinire ruoli e identità.

Le statistiche lo confermano: i sessantenni di oggi sono più attivi, viaggiano più dei trentenni, frequentano corsi universitari e associazioni culturali, consumano beni e servizi legati al benessere e al tempo libero. Sono anche, sempre più spesso, nonni attivi e presenti, capaci di mediare tra generazioni e di rappresentare un punto di riferimento nel tessuto sociale.

Una nuova grammatica dell’invecchiare

In un’epoca in cui la giovinezza sembra il valore dominante, la sexalescenza si impone come una nuova grammatica dell’invecchiare. Non nega l’età, ma la reinterpreta. Non nasconde il tempo trascorso, ma lo piega a un ritmo diverso. È una stagione che si gioca sul filo della contraddizione: una libertà che sa di adolescenza, ma vissuta con la maturità dell’esperienza.

In questa chiave, la sexalescenza non è soltanto un neologismo curioso, ma un vero e proprio indice culturale: segnala il cambiamento profondo di una società che ha spostato più avanti il confine della vecchiaia e che si trova a riconoscere nuove identità generazionali.


Sessantenni tra statistiche e cultura

  • Demografia: Secondo Eurostat, in Europa un abitante su cinque ha più di 65 anni, e l’Italia è tra i paesi più longevi al mondo, con un’aspettativa di vita media di 83,1 anni (dati 2022). Questo significa che a 60 anni ci si trova ancora nel mezzo di una vita lunga e attiva, con circa due decenni davanti in condizioni di buona salute.
  • Nuove abitudini: I sessantenni viaggiano di più rispetto alle generazioni più giovani, frequentano palestre, corsi di formazione e iniziative culturali. Secondo ISTAT, cresce anche la loro presenza nel volontariato e nell’impegno sociale.
  • Rappresentazioni culturali: Cinema e letteratura hanno iniziato a raccontare questa età come una stagione di rinascita. Dai romanzi di Amélie Nothomb ai film italiani con protagonisti sessantenni vitali e ironici, emerge l’idea di un’età capace di reinventarsi. Anche la moda ha colto il fenomeno: icone come Helen Mirren o Isabella Rossellini sfilano e posano per grandi marchi, trasformando la sexalescenza in immaginario collettivo.

Storia delle “età inventate”

La sexalescenza non è che l’ultima di una serie di “invenzioni sociali” che hanno ridefinito le fasi della vita.

  • L’adolescenza: Oggi ci sembra naturale, ma il concetto è relativamente recente. Solo tra Otto e Novecento, con la scolarizzazione di massa e l’attenzione delle scienze sociali, si afferma l’idea di una fase intermedia tra infanzia e età adulta, segnata da crescita emotiva, fragilità e formazione. Lo psicologo G. Stanley Hall, nel 1904, con il suo Adolescence, contribuì a consacrare l’età giovanile come categoria autonoma.
  • La giovinezza romantica: Nell’Ottocento il Romanticismo rivalutò i vent’anni come momento di slancio creativo e ribellione, contrapponendo la freschezza giovanile alla rigidità del mondo adulto. Prima di allora, nelle società contadine e preindustriali, si passava rapidamente dall’infanzia al lavoro, senza una fase intermedia definita.
  • La terza età: Anch’essa è una categoria recente. Con l’aumento della longevità, la società industriale ha distinto la vecchiaia “attiva” dalla fase di dipendenza e fragilità estrema, creando un immaginario di anzianità serena e autonoma.

La sexalescenza, dunque, si iscrive in una lunga genealogia culturale: come accadde per l’adolescenza, non si tratta solo di un fatto biologico, ma di una costruzione sociale, frutto di mutamenti economici, demografici e simbolici. In altre parole, il nostro modo di percepire e vivere le età è sempre il riflesso di un tempo storico.


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