Il Giappone segreto di “The Missing Post Office”

Sull’isola giapponese di Awashima esiste un luogo dove le lettere perdute trovano rifugio. “The Missing Post Office”, il cortometraggio del regista francese Clément Lefer, racconta con tono poetico e contemplativo l’intimità di questo spazio sospeso nel tempo, dove la parola scritta continua a cercare un destinatario.


In meno di nove minuti, Lefer riesce a trasformare un semplice ufficio postale in un simbolo universale di memoria e nostalgia. Il film, girato sull’isola di Awashima, nel Mare interno di Seto, dà voce a un luogo reale: un vecchio edificio in legno che, dopo la chiusura nel 1991, è rinato come installazione artistica grazie alla giapponese Saya Kubota. L’artista lo ha trasformato nel “Missing Post Office”, parte della Setouchi Triennale 2013, una rassegna dedicata alla rinascita delle isole minori del Giappone attraverso l’arte contemporanea.

All’interno dell’ex ufficio postale di Mitoyo – nella prefettura di Kagawa – cento caselle di metallo, sospese al soffitto da corde di pianoforte, oscillano lentamente, emettendo suoni che ricordano il frangersi del mare. In esse sono custodite migliaia di lettere mai giunte a destinazione: messaggi indirizzati a defunti, amori lontani, sé stessi, persone immaginarie o persino oggetti. Chi visita l’isola può leggere quei frammenti di vita e, se ne trova uno che sente appartenergli, è libero di portarlo con sé.

Kubota, in origine, aveva concepito il progetto come un esperimento sociale e artistico sulla comunicazione e sull’assenza, ma la risposta del pubblico ha superato ogni aspettativa. Nel corso degli anni, il flusso di lettere è cresciuto tanto da ispirare punti di raccolta anche altrove: uno presso l’aeroporto di Takamatsu e persino una filiale temporanea a Londra. Ne è nato un archivio di emozioni collettive, un mosaico di umanità in cui il dolore, la speranza e la memoria convivono.

È in questo contesto che si inserisce il film di Clément Lefer, un giovane regista francese affascinato dal potere silenzioso delle storie dimenticate. “Ho scoperto l’esistenza di questo luogo per caso, leggendo un articolo – racconta – e poche settimane dopo sono partito da solo per filmarlo. Sull’isola ho trovato un ufficio aperto solo tre ore a settimana, invisibile sulla maggior parte delle mappe, e nella sua luce dorata un uomo anziano seduto in silenzio. Da quell’incontro è nato tutto.”

L’uomo è Katsuhisa Nakata, novantunenne ex direttore postale e attuale custode dell’Ufficio delle lettere perdute. È lui a prendersi cura di questo spazio come di un tempio laico della memoria. Nel film, Lefer gli lascia la parola: la sua voce tranquilla e ironica accompagna le immagini come un filo sottile tra passato e presente, mentre alcuni autori leggono le proprie lettere davanti alla cinepresa con pudore e sincerità.

“The Missing Post Office”, presentato in vari festival internazionali, si distingue per la delicatezza con cui racconta la relazione tra la scrittura e il ricordo. Nelle sue immagini si percepisce l’influenza del cinema contemplativo giapponese, da Naomi Kawase a Hirokazu Kore-eda, ma anche la sensibilità francese per il dettaglio emotivo. Il risultato è un ritratto commovente dell’impermanenza, dove il gesto di scrivere diventa un modo per restare vivi nel pensiero di qualcuno.

Il fascino di Awashima ha ispirato anche la letteratura. La scrittrice Laura Imai Messina, nel romanzo Tutti gli indirizzi perduti (2022), ambienta la propria storia proprio tra quelle caselle sospese, evocando l’eco poetica di un mondo in cui la comunicazione non è mai del tutto interrotta. “Chi scrive pensa troppo, e da lì nasce la malinconia”, dice uno dei suoi personaggi. Una frase che sembra racchiudere lo spirito stesso del progetto di Kubota e Lefer: dare voce a chi non può più rispondere, o a chi non ha mai avuto il coraggio di inviare la propria lettera.

Oggi, il Missing Post Office di Awashima continua a funzionare, aperto poche ore a settimana, ma costantemente alimentato da nuove parole provenienti da ogni parte del mondo. È diventato un santuario della memoria epistolare, un luogo in cui si incrociano le vite di sconosciuti e in cui la scrittura, pur privata della sua funzione pratica, ritrova il suo valore più profondo: quello di un gesto umano, fragile e necessario.


La Setouchi Triennale e l’arte che rigenera le isole del Mare Interno

Nata nel 2010 su iniziativa del collezionista e mecenate Soichiro Fukutake, la Setouchi Triennale è una delle più importanti manifestazioni d’arte contemporanea del Giappone. Si svolge ogni tre anni sulle isole del Mare Interno di Seto, un arcipelago punteggiato di villaggi in declino, colpiti da decenni di spopolamento e invecchiamento della popolazione.

L’obiettivo del festival è stato fin dall’inizio quello di rivitalizzare le comunità locali attraverso l’arte, invitando artisti giapponesi e internazionali a creare installazioni permanenti o temporanee in dialogo con il paesaggio naturale e la memoria dei luoghi. Ne sono nate opere site-specific che intrecciano architettura, natura e vita quotidiana, trasformando queste piccole isole in un laboratorio di rigenerazione culturale unico al mondo.

Tra gli interventi più noti si ricordano le opere di Tadao Ando, Yayoi Kusama, Hiroshi Sugimoto, Christian Boltanski, Lee Ufan, Rei Naito e molti altri, distribuiti su isole come Naoshima, Teshima, Inujima e Shodoshima.

È in questo contesto che si inserisce anche il progetto di Saya Kubota: artista e designer nata a Tokyo nel 1982, nota per il suo interesse verso la comunicazione e la relazione tra linguaggio e materia. Nel 2013, per la Triennale di Setouchi, Kubota ha ideato il “Missing Post Office”, allestendo l’antico ufficio postale di Mitoyo come un luogo simbolico dove far confluire i messaggi mai consegnati.

L’opera, ispirata alla poetica dell’ascolto e alla necessità di dare voce alle assenze, è divenuta nel tempo una delle installazioni più amate e visitate della Triennale. La sua forza risiede nella semplicità del gesto: trasformare la scrittura privata in esperienza collettiva, restituendo senso e valore alla comunicazione umana in un’epoca dominata dai messaggi istantanei.

Oggi il Missing Post Office continua a esistere anche al di fuori della manifestazione artistica, come progetto permanente e partecipativo. È diventato un luogo della memoria universale, dove le parole — anche quelle mai lette — possono ancora trovare ascolto.


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