La Coca Cola non inventò affatto il buon vecchio Babbo Natale

Il disegno più famoso di Thomas Nast, “Merry Old Santa Claus”, dall’edizione del 1 gennaio 1881 di Harper’s Weekly. Thomas Nast immortalò l’aspetto attuale di Babbo Natale con un’illustrazione iniziale in un numero del 1863 di Harper’s Weekly, come parte di una grande illustrazione intitolata “A Christmas Furlough” in cui Nast mise da parte le notizie usuali per creare un nuovo disegno di Babbo Natale. La popolarità di questa immagine lo spinse a disegnare una nuova illustrazione nel 1881.

Per favore non dite ai bambini che Babbo Natale è un personaggio immaginario legato alla celebrazione del Natale, ma le cui radici affondano in antiche credenze. La loro fantasia desidera accettare questa ingenuità, che fa di Babbo Natale un signore anziano, in sovrappeso, con un cappuccio rosso e una lunga barba bianca, che per tradizione porta i regali la notte di Natale.

Il Babbo Natale di oggi è una combinazione di storie popolari, figure mitiche, persone reali, storie contemporanee e, cosa apparentemente sorprendente, persino di pubblicità. La sua immagine è, in realtà, l’evoluzione di diverse figure, tra cui San Nicola e il Babbo Natale della tradizione nordica. Per questo, in periodi diversi e in luoghi diversi, Babbo Natale è stato rappresentato con tratti caratteristici fra i più vari. Ancora oggi, la sua percezione differisce in vari luoghi a seconda delle credenze tradizionali dominanti, ma c’è un immaginario ricorrente grazie al fatto che determinate immagini e tratti della personalità sono stati riprodotti a livello globale, ad esempio, da alcune multinazionali. Il caso eclatante è quello dell’immagine pubblicitaria della Coca-Cola, ma non dimentichiamo il film della Disney. Proviamo, tuttavia, a ripercorrere seppure sommariamente la storia di questa mitica figura.

Rappresentazione di Georg von Rosen (1886) del dio nordico Odino dalla lunga barba 

Sin dai tempi più antichi, nel Nord Europa, praticamente tutte le culture germaniche celebravano il Natale, che cadeva intorno al solstizio d’inverno. Questa celebrazione era legata al dio Odino, che veniva chiamato “Babbo Natale” o “Julner” perché in tedesco Natale si dice ”Jul”. Fonti anglosassoni testimoniano che in questo periodo dell’anno si celebrava la “notte delle madri“, collegata al Disablot, festa sacrificale, in onore di divinità femminili. Nella regione nordica precristiana il Disablot era celebrato durante l’inverno per garantire un buon raccolto nell’anno successivo. “La notte delle madri” è da legarsi al fatto che all’interno di ogni famiglia si ricordavano le mamme (e le nonne) ormai defunte.

In questo mese di dicembre, lo spettrale Odino poteva essere visto cacciare nel cielo. Si credeva che “Odino il Vagabondo” con la sua lunga barba bianca, il suo cappello sciatto, attraversasse il cielo notturno e visitasse le persone nelle loro case. È possibile che Odino, dunque, sia stato la figura di base per la creazione di Babbo Natale. In Inghilterra, invece, il Natale era personificato da un “Babbo Natale” che ricorda “Julfader” ed anche la figura olandese “Sinterklaas” è stata paragonata a Odino. Sinterklaas cavalcava sui tetti montando un cavallo bianco, Odino attraversava il cielo su Sleipner, il suo velocissimo cavallo ad otto zampe. Sinterklaas aveva aiutanti neri pronti a riferirgli quali bambini erano stati buoni o cattivi. Odino aveva i corvi Hugin e Munin. 

Illustrazione del primo versetto della poesia per bambini 
Il vecchio Santeclaus con molta gioia

Il nome americano di Babbo Natale, ovvero “Santa Claus”, è basato proprio sull’olandese “Sinterklaas” , che deriva da San Nicola, il quale fu un vescovo cristiano di origine greca nel IV secolo, nella città di Myra dell’Impero Romano, nell’attuale Turchia. San Nicola fu canonizzato per la sua generosità. Nella leggenda, tra l’altro, salva segretamente tre ragazze che non hanno abbastanza denaro per la dote, al fine di salvarle dalla prostituzione. San Nicola è il santo patrono dei bambini; ma non solo, perché è il santo patrono anche dei marinai, dei pescatori, dei falsari accusati innocentemente, dei banchi dei pegni, dei ladri pentiti e di molte città. Di solito è raffigurato con in dosso un abito episcopale rosso, spesso con dettagli in bianco e verde.

Nei paesi nordici esisteva anche una tradizione natalizia, per cui i giovani visitavano le diverse fattorie esibendosi in semplici rappresentazioni teatrali oppure intonando canti natalizi. Uno dei giovani del gruppo poteva essere vestito da capra, a volte con una maschera di paglia, e come ringraziamento per lo spettacolo riceveva cibo, bevande e denaro. Durante il XIX secolo, la tradizione cambiò gradualmente, soprattutto all’interno della borghesia, cosicché un uomo travestiva da cervo e distribuiva regali di Natale. Anche questo è un tassello che andrà a formare la storia che accompagna Babbo Natale. Questo perché se Babbo Natale divenne colui che tradizionalmente portava i regali di Natale, la capra fu invece utilizzata per trainare la slitta di Babbo Natale.

Nei paesi nordici fu Viktor Rydberg – con il racconto L’avventura di Lille Vigg alla vigilia di Natale (1871) e forse soprattutto la poesia “Tomten” (1881), così come le illustrazioni di Jenny Nyström per entrambi i testi – a gettare le basi per la fusione definitiva tra il Babbo Natale e la capra di Natale. Immagine che ha reso Babbo Natale una figura capace di simboleggiare laicamente il Natale. Una fonte di ispirazione per le illustrazioni di Nyström potrebbe essere stato il suo insegnante alla scuola di disegno e pittura del museo di Göteborg, Fredrik Wohlfart, che divenne famoso anche per i suoi dipinti di Babbo Natale. L’elfo della fattoria è una figura folcloristica dotata di poteri soprannaturali che assicurava buona fortuna alla fattoria, ma che poteva anche punire le persone che si comportavano male. Gli illustratori e gli scrittori della fine del XIX secolo in poi presero a basarsi su queste idee per le numerose riviste natalizie e per cartoline e calendari famigliari.

Da allora ha avuto luogo una graduale fusione tra questa figura ibrida (anziano signore con la barba e una capra da cavalcare o da traino) accettata in molte parti di Europa e la versione americana di Babbo Natale. Nel Nuovo Continente la figura di Babbo Natale, che arriva grazie ai migranti europei, è rappresentato come un uomo anziano, grasso e vestito di rosso, fu creata nel 1800. Questa figura appare, tra l’altro, nella poesia “A Visit From St. Nicholas” (ora meglio conosciuta come “The Night Before Christmas” ), probabilmente scritta da Clement Clarke Moore e pubblicata sul quotidiano Sentinel nel 1823. San Nicola nei panni di un uomo allegro e sovrappeso, con la barba bianca come la neve e il naso rosso come una ciliegia, arrivava su di una slitta volante trainata da otto renne e si introduceva nelle case attraverso il camino. Le prime immagini di questa versione del Babbo Natale americano furono successivamente viste grazie alle illustrazioni del fumettista Thomas Nast sulla rivista Harper’s Weekly , dove una prima immagine fu pubblicata nel 1863. Questo Babbo Natale americano fu reso popolare nella pubblicità della Coca Cola negli anni ’30 del Novecento, utilizzando immagini di fumettista come Haddon Sundblom (1899–1976), non a caso di origine finlandese-svedese.

Il primo “Babbo Natale” di Haddon Sundblom 
per la Coca–Cola (1931)

Un mito moderno popolare negli Stati Uniti è che il Babbo Natale che vediamo oggi sia stato interamente creato dalla Coca-Cola, o che almeno Babbo Natale abbia preso i suoi vestiti rossi e bianchi dalla pubblicità della Coca-Cola. Tuttavia, questo non è del tutto vero. L’immagine di Babbo Natale, come un uomo allegro e corpulento con una grande barba bianca e con i suoi vestiti rossi e bianchi, esisteva, come si è visto, da molto tempo. Allo stesso modo Babbo Natale è stato utilizzato per scopi commerciali molto prima del Babbo Natale della Coca-Cola.

L’illustratore, noto come Haddon “Sunny” Sundblom, è rimasto famoso soprattutto per il Babbo Natale creato per l’agenzia pubblicitaria D’Arcy e impiegato per reclamizzare la Coca Cola, a cominciare dal Natale del 1931. L’influenza della Coca-Cola sull’immagine di Babbo Natale risiede più nel fatto che Sundblom ha dato al popolo americano un’immagine coerente di Babbo Natale per un periodo di oltre 30 anni, costruendo il modello assoluto per quanto riguarda il suo aspetto.

Babbo Natale con giocattoli su una slitta trainata da renne

Babbo Natale del folklore americano impiega gli elfi che lavorano per lui al Polo Nord. Gli elfi producono e confezionano i giocattoli che faranno felici i bambini. Tuttavia Babbo Natale è anche associato agli gnomi , come gli scandinavi Nisse o Tomte. Come si vede, Babbo natale sa fare squadra, perché secondo la maggior parte delle storie, il Babbo Natale americano ha anche otto renne che tirano la sua slitta. Queste renne sono anche in grado di volare. I nomi delle renne sono basati sulla poesia A visit from Saint Nicholas (1823) del poeta Clement Clark Moore (15 luglio 1779 -10 giugno 1863): Dasher and Dancer, Prancer and Vixen, Comet and Cupid e, infine, Thunder (anche Donner) e Blitzen (ex Blixem).

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Non mancano notizie riguardanti Babbo Natale su Wikipedia Italia Ci sono tuttavia ben 110 versioni differenti di questa voce su Wikipedia, con le particolarità di ogni Paese del mondo.

George Barbier: Almanacco delle mode – Vol. 2

Almanacco delle mode passate, presenti e future

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George Barbier è stato un pittore, stilista e sicuramente uno dei più importanti illustratori Art Déco francesi. Nacque a Nantes il 10 ottobre 1882 e morì a Parigi il 16 marzo 1932.

Clémentine Hélène Dufau – Ritratto di Georges Barbier

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George Barbier

La figura di George Barbier è oggi poco conosciuta fuori dall’ambito specialistico, anche se nei suoi anni è stato uno fra i più importanti illustratori Art Déco francesi. Le opere di Aubrey Beardsley e Léon Bakst segnarono profondamente il suo stile preciso e scrupoloso, tipico del nuovo stile che prendeva spazio rispetto all’Art Noveau. Eppure, non mancarono in lui anche influenze classicheggianti che si richiamano alla pittura vascolare greca e all’esotismo delle miniature indiane.

Barbier aveva studiato all’École nationale supérieure des beaux-arts di Parigi, quale allievo di Jean Paul Laurens. Sebbene avesse esposto per la prima volta nel 1910 al Salon des Humorists con lo pseudonimo di Édouard William, fu soltanto l’anno successivo che venne scoperto dal pubblico. Nella galleria di suo zio Louis-Maurice Boutet de Monvel, infatti, presentò la sua prima mostra personale. Aveva 29 anni. Dal 1912 Barbier prese proporre le sue opere al Salon des Artists Decorators e dall’ora la sua professione di pittore fece un salto di qualità, collocandolo fra gli artisti più ricercati, con incarichi per disegnare costumi per balletto e teatro, illustrare libri e creare illustrazioni su riviste di alta moda. Per 20 anni Barbier ha fatto parte di un gruppo della Scuola di Belle Arti soprannominato da Vogue “I Cavalieri del Braccialetto“, un omaggio ai suoi modi eleganti e stravaganti e al suo particolare stile di abbigliamento. Inclusi in questo circolo elitario vi erano personaggi in vista come Bernard Boutet de Monvel e Pierre Brissaud – entrambi cugini di primo grado di Barbier –, Paul Iribe, Georges Lepape e Charles Martin.

Durante la sua carriera, George Barbier si occupò altresì di gioielli o anche di design con lavori su di vetro e carta da parati. Oggi lo ricordiamo soprattutto per i suoi numerosi disegni riprodotti con la tecnica dello stencil, che permetteva in modo economico e veloce di colorare le litografie uscite in bianco e nero dalla stampa grazie all’utilizzo di mascherine incise con appropriati tagli su cartoncini o sottili lamine metalliche. Disegni, che apparvero sulle riviste più famose dell’epoca, come i giornali satirici Le Rire o La Baionette, e su riviste di moda come Modes et manières d’aujourd’hui, Les fuillets’ Art, Femina, Vogue, Comoedia illustré, La Gazette du bon ton e Journal des Dames et des Modes: tutte riviste su cui contiamo di soffermarci prossimamente.Sulle loro pagine, oltre ai disegni, propose saggi e numerosi articoli.

Per il teatro, occorre citare in particolare i costumi ideati per la commedia in 3 atti La Vie amoureuse de Casanova presentata al Bouffes-Parisiens di Parigi il 22 febbraio 1919. L’opera era di Maurice Rostand, figlio del ben più famoso poeta Edmond Rostand autore della commedia Cyrano de Bergerac. A metà degli anni Venti Barbier ha lavorato perfino con Erté, pseudonimo di Romain de Tirtoff celebre costumista e scenografo teatrale russo naturalizzato francese. Chiamato da questo artista disegnò scenografie e costumi per gli spettacoli delle Folies Bergère e nel 1929 scrisse l’introduzione per l’acclamata mostra di Erté. Non si fermò al teatro, perché Barbier ha disegnato una serie di scenografie e costumi anche per il cinema. Ad esempio, suo è il guardaroba di Rudolf Valentino nel film del 1924 Monsieur Beaucaire. In breve, tra i suoi costumi di scena per i Ballets Russes e le sue regolari apparizioni sulla rivista L’Illustration, George Barbier raggiunse la fama, che lo ha portato a disegnare ex libris (come quello realizzato quello per Jacques Nouvion, direttore del Journal des Dames). Le sue incisioni a colori impreziosirono gli importanti testi letterari di Charles Baudelaire, Théophile Gautier, Pierre Louÿs, Alfred de Musset e Paul Verlaine, stampati dalle grandi case editrici parigine.

Nei nuovi tempi della modernità, legata a ricercati prodotti di consumo, non mancò neppure di curare raffinate illustrazioni per la pubblicità. Fra queste spiccano raffinate tavole sul tema dell’abbigliamento femminile proposto dalle case di moda di Paul Poiret, Jeanne Lanvin, Jeanne Paquin, Madeleine Vionnet, oppure i preziosi monili del gioielliere Cartier. Morì a Parigi nel 1932 al culmine della sua carriera. Su tutti i suoi lavori artistici, il suo capolavoro è l’Almanacco delle mode passate, presenti e future, in cinque volumi, pubblicato tra il 1922 e il 1925, intitolato Falbalas et Fanfreluches. I testi sono curati da Colette e le mirabili illustrazioni lasciate alla mano di George Barbier. Apparentemente criptico, il titolo significa “Balze e fronzoli”, e fa riferimento all’Abbé Fanfreluche un personaggio efficacemente arruffato e con fronzoli presente nel romanzo erotico incompiuto di Aubrey Beardsley Sotto il monte, un piccolo capolavoro, liberamente ispirato alla leggenda di Venere e Tannhäuser. Sfogliamo il primo dei cinque volumi, che traiamo dalla collezione conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia.


In copertina: Joie de vivre – Falbalas et Fanfreluches: almanach des modes présentes, passées & futures pour 1923, 2e année: Le gout des chales. / Francia XXe siècle – Tavola colorata a mano tratta da Rivista stampata di moda.
 
Descrizione: Due donne in abiti da sera colorati e un uomo su un terrazzo sotto un cielo azzurro. Una delle signore ha in mano un grande ventaglio di piume; intorno al collo una fascia nera decorata con fili di perline che scendono lungo la schiena nuda. Entrambe le donne portano i capelli raccolti in una crocchia sulla nuca e scarpe col tacco alto. L’uomo indossa un abito elegante (tuxedo?). Bocchino in mano. 

L’Abbazia nel querceto di Friedrich

Georg Friedrich Kersting, Caspar David Friedrich nel suo studio, 1812.
Olio su tela, 53,5 x 41 cm, Alte Nationalgalerie .

Abbazia nel querceto raffigurante i ruderi di un monastero in una foresta di querce è un dipinto a olio di Caspar David Friedrich. Il titolo originale è Abtei im Eichwald. Realizzato a Dresda nel 1809-1810, fu esposto per la prima volta alla mostra dell’Accademia di Berlino del 1810 insieme al dipinto Monaco in riva al mare. Richiesta esplicita di Friedrich fu che quest’ultimo quadro fosse appeso sotto l’altro dipinto.

Caspar David Friedrich, Abbazia nel querceto, 1809-1810
Caspar David Friedrich, Monaco in riva al mare, 1808-1810

Dopo la mostra, entrambi i dipinti furono acquistati dal re prussiano Federico Guglielmo III. La reputazione di spicco acquisita dopo l’acquisto regale ha portato il pittore alla fama. Oggi le due opere sono esposte fianco a fianco nella Alte Nationalgalerie di Berlino.

In Abbazia nel querceto l’artista immagina il proprio funerale. Il tema della morte è centrale dell’opera di Friedrich. Lo stesso artista scriveva in una lettera alla sorella: «Perché mai, mi hai chiesto una volta, come soggetto dei tuoi dipinti scegli la morte, la caducità del sepolcro? Per vivere eternamente spesso ci si deve arrendere alla morte».

L’Abbazia nel querceto raffigura, infatti, una fila di monaci, alcuni dei quali portano una bara. La fila si dirige verso il portale di un monastero gotico in rovina raffigurato al centro del dipinto. Solo due candele illuminano il cammino. In primo piano, sulla destra, si vede una tomba appena scavata in mezzo al terreno innevato. Intorno ci sono molte croci. Questa parte inferiore del dipinto è posta in ombra. Solo la parte superiore delle rovine e i rami spogli delle querce sono immersi sotto i raggi del sole che tramonta. Una mezzaluna crescente è visibile nel cielo.

Friedrich dipingeva spesso dei paesaggi ed anche in questo caso l’opera rappresenta un paesaggio, ma del tutto fantastico. Accosta infatti dettagli diversi da paesaggi reali disegnati in viaggi precedenti. I dipinti erano in realtà realizzati nel proprio studio, riprendendo le parti più interessanti dei suoi schizzi colti a mano libera nel corso di sopralluoghi in esterno. Il monastero nella foresta di querce si basava su disegni delle rovine del monastero di Eldena presso Greifswald, soggetto di molti altri suoi quadri. Gli stessi alberi spogli e scheletrici raffigurati nel quadro compaiono in diverse opere, pur con lievi modifiche.

Caspar David Friedrich, L’abbazia di Eldena vicino a Greifswald, 1836

Degli schizzi e degli studi degli alberi inseriti nel dipinto, solo due sono stati conservati. Fanno capire con quanto realismo siano stati usati e, per contro, evidenziano le modifiche apportate. Il disegno di una quercia del 1804 è utilizzato per la prima quercia a destra del rudere; lo studio di una quercia del 5 maggio 1809 per la seconda quercia a sinistra del rudere. Il disegno dell’abbazia di Eldena del 1836 rende evidenti le modifiche rispetto all’immagine originale del rudere.

Friedrich potrebbe aver iniziato a comporre il dipinto dopo un viaggio a Rügen, Neubrandenburg, nel giugno 1809. In una lettera a Carl Frederick Frommann del 24 settembre 1810, poco prima della mostra all’Accademia di Berlino, descrisse un cielo serale con il sole al tramonto e la luna crescente. A un esame più attento, lo spettatore scopre un uccellino nel traforo della rovina: una immagine che richiama la speranza.

È pervenuto un testo di Friedrich sull’abbazia di Eichwald, copia di una lettera del pittore, il cui testo originale è stralciato probabilmente da una lettera del febbraio 1809 a Johannes Schulze.

«Ora sto lavorando a un quadro di grandi dimensioni, in cui intendo rappresentare il mistero della tomba e del futuro. Ciò che può essere visto e riconosciuto solo nella fede, e rimarrà per sempre un enigma al sapere finito dell’uomo: (per me ciò che voglio rappresentare e come lo voglio rappresentare è in certo modo un enigma) Sotto una coltre di neve tombe, mentre sui tumuli funerari si ergono i resti di una chiesa gotica circondata da querce secolari. Il sole è tramontato e al crepuscolo, in piedi sopra le rovine, brillano la stella della sera e il quarto di luna. Una fitta nebbia ricopre la terra, e mentre si vede ancora chiaramente la parte alta delle mura, le forme si fanno sempre più incerte e indefinite verso il basso, finché finalmente, più vicino alla terra, tutto si perde nella nebbia».

In alcune osservazioni riguardo una collezione di dipinti di artisti per lo più viventi e recentemente scomparsi, Friedrich commenta una raffigurazione dell’abbazia di Eichwald: «A prima vista, questa immagine raffigura le rovine di un monastero in rovina come ricordo di un passato cupo. Il presente illumina il passato. Nel giorno che sorge puoi ancora vedere la notte che si allontana».

Dopo L’Abbazia nel querceto, tra il 1817 e il 1819, Friedrich dipinse un nuovo quadro con motivi simili: Cimitero di un chiostro sotto la neve (Bruciato nel 1945).

Cimitero di un chiostro sotto la neve

Cos’è esattamente la civiltà occidentale?

Il concetto di un’unica eredità culturale che si estende dall’antica Grecia ai tempi moderni è soltanto frutto del nostro immaginario collettivo.

Occorre perciò riscrivere una nuova storia dell’Occidente

Why the Idea of Western Civilization is More Myth Than History
Di Naoíse Mac Sweeney
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L’arazzo di Bayeux completo

L’articolo di Naoíse Mac Sweeney riguarda la necessità di riscrivere una storia dell’Occidente. Da leggere assolutamente. S’intitola: “Perché l’idea della civiltà occidentale è più mito che storia”. Un tema interessante da condividere per valutarne e apprezzarne i risvolti positivi. Ciò che impressiona è anzitutto la familiarità con cui Naoise Mac Sweeney si rivolge al pubblico. Interpreta il ruolo di mamma, lei che può vantare un titolo accademico quale professore di archeologia classica all’Università di Vienna, dopo essere passata per Leicester, Cambridge e Harvard. Apre così il suo pezzo: «Un fine settimana, ho trovato mio figlio minore al tavolo della cucina, che scriveva con cura tutto ciò che sapeva sugli dèi dell’Olimpo per i compiti di scuola…».

Lo immaginate voi uno dei nostri paludati professori scodellare un incipit di tal genere prefiggendosi di demolire l’idea che la civiltà occidentale non è che una finzione che ci raccontiamo, pur sapendo che è di fatto falsa? «Allacciati le cinture, ragazzo, ho pensato: sei pronto per una conferenza». Naturalmente la professoressa non ha fatto a suo figlio alcuna conferenza. «Mentre dava gli ultimi ritocchi ai suoi compiti, gli ho dato invece una pacca affettuosa sulla spalla. Ho ponderato tra me e me: forse dovrei scrivere in un libro tutto questo», cioè quanto spiega con sintesi lineare nel suo articolo.

L’invito è leggerlo direttamente, ma si può anche riassumerlo in poche battute essenziali. «Avrei voluto dirgli che gli antichi greci non ci hanno dato la civiltà occidentale. Che non esiste un filo d’oro, che si dispiega ininterrotto nel tempo da Platone alla NATO. Che noi nell’occidente moderno non siamo gli eredi di una tradizione culturale unica ed elevata…».

Una tradizione che si può ricostruire procedendo a ritroso come un gambero: la modernità illuminista, prima ancora la modernità rinascimentale, per conquistare infine, passando attraverso l’oscurità del periodo medievale, le glorie della Grecia classica e di Roma. Sembra normale, persino naturale, pensare «che l’Occidente moderno sia il custode di un’eredità privilegiata, tramandata attraverso una sorta di genealogia culturale che di solito chiamiamo “civiltà occidentale”».

Alla professoressa si potrebbe rispondere che la maggior parte di persone non si preoccupa di spostare di un solo millimetro l’angolo del proprio timone, figurarsi se si azzarda ad orientarlo diversamente. Ad esempio, per considerare che il più grande centro di cultura classica medievale, in fatto di scienze, era a Baghdad, capitale del califfato abbaside, dove convergevano i nuovi sviluppi filosofici e scientifici da tutta l’Asia, l’Africa e l’Europa.

«In parole povere, la vera storia dell’Occidente è molto più ricca e molto più complessa di quanto riconosca la tradizionale grande narrativa della civiltà occidentale. Non è un filo d’oro, ma un arazzo d’oro, in cui nel corso dei secoli si sono intrecciati fili di popoli, culture e idee diverse… Allora da dove è venuta l’idea comune? E perché ci aggrappiamo ancora a una versione della storia occidentale che sappiamo essere falsa?».

Le radici di questa narrazione – spiega Naoise Mac Sweeney – risalgono al Rinascimento, impregnato di antichità greca e romana. Una antichità oggi messa in discussione dalla stessa ricerca storica e archeologica. L’idea di un “Occidente” coerente, legato ad una comune eredità classica, ad una comune geografia, ad un condiviso cristianesimo. Un’idea manifestata diversi secoli dopo.

«Fu solo con l’espansione dell’imperialismo europeo d’oltremare nel corso del XVII secolo che iniziò ad emergere un’idea più coerente di Occidente, utilizzata come strumento concettuale per tracciare la distinzione tra il tipo di persone che potevano essere legittimamente colonizzate, e coloro che legittimamente avrebbero potuto essere i colonizzatori».

Con l’invenzione dell’Occidente arriva l’invenzione della storia occidentale. «Ma se l’Occidente e la sua storia sono stati inventati nelle capitali imperiali dell’Europa del XVII secolo, la nozione di civiltà occidentale è nata nel XVIII secolo sui campi di battaglia del rivoluzionario Nord America».

Da Adams a Washington, ad ogni piè sospinto s’è trovata ispirazione nel mondo classico per sostenere il proprio fervore rivoluzionario e giustificarne le incongruenze. A cominciare dal grido libertario che, allo stesso tempo, consentisse il rifiuto delle catene dell’imperialismo, pur continuando ad imporle con la schiavitù nera, oppure che giustificasse il trattamento differenziato dei diversi gruppi sociali. La civiltà occidentale era, a conti fatti, un mito inventato per soddisfare le esigenze ideologiche del tempo.

A ben considerare, tuttavia, l’Occidente moderno oggi non ha più gli stessi valori essenziali di trecento anni fa. «Non abbiamo bisogno di un mito d’origine che sia fondamentalmente in contrasto con i valori occidentali contemporanei come la democrazia liberale, lo stato di diritto e l’uguaglianza dei diritti umani».

Conclusioni: «Se vogliamo rafforzare l’identità occidentale attorno ai nostri moderni valori occidentali, dobbiamo quindi abbattere il mito della civiltà occidentale». Per farlo occorre contare sui fatti storici effettivi. «Questo è più complesso di quanto consentano le storie tradizionali». Non vengono in aiuto delle vere e proprie caratteristiche innate, ma piuttosto è necessario un innovativo modello di scambio interculturale.

Alla fine della sua riflessione, non potendola raccontare a suo figlio in pochi tratti, questa storia Naoíse Mac Sweeney l’ha condensata in The West, ovvero in un libro. Parla dell’Occidente attraverso quattordici personaggi che hanno avuto un ruolo nella creazione della sua storia: da Erodoto, un vero narratore di storie, a Phylis Wheatley, uno schiavo afroamericano, da Gladstone, che la regina Vittoria descrisse come un “tizzone mezzo matto”, allo studioso arabo medievale Al-Kindi. Una successione di soggetti particolari, alcuni poco celebrati ed altri, al contrario, volti molto familiari osservati in virtù di una nuova ottica.

Per chiudere, fra i tanti commentatori di The West, valgano per tutti le parole con cui Jared Yates Sexton presenta il libro: «Ecco una storia onesta, scrupolosa ed emozionante che capovolge quasi tutto ciò che pensiamo di sapere sul mondo e lo sostituisce con informazioni reali, cifre convincenti e idee destinate a cambiare tutto».

Le matite rivoluzionarie di Nicolas-Jacques Conté

L’invenzione della sua matita permise alla Francia
di “aggirare” il blocco navale inglese dell’epoca

La più antica descrizione conosciuta di un oggetto che somigliasse a una moderna matita è del naturalista svizzero Conrad Gesner e risale al 1565. Questo strano strumento per scrittura e disegno, sembra che sia stato inventato intorno al 1550 e prodotto per la prima volta a partire dal 1558 nella contea di Cumberland, nella città di Keswick, a nord dell’Inghilterra. Nella vicina vallata di Borrowdale, già all’epoca, l’estrazione mineraria era effettuata su piccola scala, e fra i vari minerali era cavata la grafite. Il nome grafite deriva dal greco antico γράφειν (graphein), che significa “scrivere”. Il termine allude al fatto che la grafite lascia facilmente un deposito grigiastro quando è sfregata sulle superfici ruvide. Per rimanere nel campo delle etimologie, occorre sapere che la matita, di cui stiamo parlando, era nell’antichità costituita da una lamella di ematite (un ossido di ferro di colore rossastro come il sangue) incorporata fra due listelli di legno legati in un unico pezzo. La mina interna, dal latino minerum ovvero “roccia contenente minerale”, era il materiale che permetteva la scrittura. Il minerale poteva variare perché oltre al colore rosso dell’ematite, l’alternativa era usare il blu-nerastro del piombo. Al contrario, il materiale estratto dalla miniera di Keswick non era affatto minerale di piombo, fu soltanto scambiato per tale, perché si rivelò in seguito come grafite, la forma più comune di carbonio.

La Cumberland Pencil Factory a Keswick nel 1912

Tuttavia, nonostante ogni equivoco, il nome improprio di matita è rimasto fino ai nostri giorni trasferito nel linguaggio comune. In ogni caso, quella di Keswick era grafite purissima; per cui, qui s’impiantò una fabbrica che produsse matite di alta qualità, ampiamente utilizzate per scrivere e disegnare. Matite per le arti grafiche che si ritagliarono subito un’ottima reputazione soprattutto tra gli artisti di tutta Europa. Questa tradizione, legata alla produzione di matite a Keswick, è oggi riproposta ai visitatori del locale Pencil Museum. I depositi di grafite scoperti, dunque, nella contea di Cumberland a Keswick, hanno svolto un ruolo chiave nella diffusione della matita. Dal 1660, i cannelli in grafite Borrowdale con rivestimento protettivo in legno dolce divennero abituali in molti paesi del vecchio e del nuovo continente. Ciò durò fino a quando la miniera di Borrowdale si esaurì, a metà del XIX secolo, nel 1847. La scoperta da parte del francese Jean-Pierre Alibert di un’altra miniera in Siberia sul monte Batougol, a ovest di Irkutsk, permise comunque alle industrie europee di trovare una differente fonte di approvvigionamento.

Esemplificazione grafica delle varie durezze delle matite

L’invenzione della moderna matita, come ogni invenzione, ha una sua storia evolutiva. Nel 1790 il viennese Joseph Hardtmuth ebbe l’idea di mescolare per la prima volta polvere di grafite con argilla e acqua e cuocere in una fornace il composto ad alta temperatura. A seconda della quantità di argilla, lo studioso fu in grado di determinare il grado di durezza delle mine. Joseph Hardtmuth non si limitò agli studi teorici o sperimentali, ma fondò la società Koh-i-Noor Hardtmuth (termine di derivazione persiana che significa “montagna di luce”, dal famoso diamante Koh-i-Noor). Suo nipote Friedrich von Hardtmuth perfezionò l’invenzione rivoluzionaria e creò la famosa matita Koh-i-noor nel 1889, grazie alla quale l’acquirente poteva scegliere tra 17 gradi di durezza, dalla più morbida (per disegno artistico) alla più dura (per disegno tecnico). Sull’altra sponda dell’Oceano Atlantico, nel 1872, la Joseph Dixon Crucible Company, con sede a Heathrow in Florida produceva oltre 86.000 matite al giorno e nel 1892 contava al suo attivo una produzione di più di 30 milioni di pezzi. In pochi anni il consumo del prodotto industriale era andato alle stelle. Né Hardtmuth, né Dixon, tuttavia, sono da ritenersi come gli inventori veri e propri della prima matita moderna. Neppure furono loro gli autori della caratteristica struttura in legno ottagonale con cuore di grafite. Questa storia particolare fa invece riferimento a Nicolas-Jacques Conté considerato a tutti gli effetti come il padre della moderna matita, come la conosciamo ancora oggi, costituita cioè da una mina di grafite e argilla protetta dalle facili rotture grazie ad un cannello di legno di cedro.

Questa è forse la matita più antica, dimenticata da un carpentiere sulla trave del tetto di una vecchia casa della Svevia in Germania risalente al 1630

Nato il 4 agosto 1755 a Saint-Céneri-près-Sées in Normandia, Nicolas-Jacques Conté è ricordato come pittore, fisico e chimico. Il quotidiano francese Le Monde scriveva qualche anno fa: «Gli uomini brillanti in diverse discipline sono rari. Nato in una famiglia modesta dell’Orne, Nicolas-Jacques Conté aveva quattro corde al suo arco: famoso pittore, scienziato, ingegnere e industriale». Pittore perché iniziò disegnando con nient’altro che un carboncino e dipingendo con i colori che lui stesso mescolava da terre (ma questo era nell’uso di qualsiasi artista). Incoraggiato, sin da bambino, dal vescovo di Séez Duplessis d’Argentré e dalla superiora dell’ospedale di Sées Mme de Prémesle, si impratichì dipingendo vari soggetti religiosi, che ancora oggi decorano la chiesa e l’ospedale del suo paese. Sembra che avesse una predisposizione per l’arte del ritratto: era veloce e somigliante. Dopotutto era quello che chiedeva la clientela locale. Soprattutto il colore dei quadri ammaliava con la sua evidente vivacità. Ma non è tanto come ritrattista che ricordiamo Conté, quanto per le sue applicazioni scientifiche nei settori della fisica e della chimica.

Ritratto di Nicolas-Jacques Conté,
inciso da Robert de Launay secondo Adolphe Roehn 

Nel decennio, tra il 1789 e il 1799, caratterizzato dagli intensi sconvolgimenti politici e sociali prodotti dalla Rivoluzione francese sulla storia del paese e in tutto il continente europeo, la Francia fu materia molte di avversità da tutte le parti in causa. Per farvi fronte, il Comitato di Pubblica Sicurezza considerò, fra le prime cose, l’uso degli aerostati nelle operazioni militari. Conté fu chiamato a guidare una commissione di studiosi appositamente nominati per questo scopo. Il Comitato di Pubblica Sicurezza nel 1793 gli chiese di migliorare i palloni a idrogeno che, all’epoca, erano utilizzati per tenere sotto controllo dall’alto gli estesi campi di battaglia. Grazie al successo ottenuto, fu promosso lo stesso anno direttore della Scuola Nazionale di Aerostazione, a Meudon. In verità, quando da ragazzo ancora viveva a Sées, uno dei suoi primi interessi era stata proprio la nuova scienza legata al volo in mongolfiera. Ne realizzò una che si librò in aria sulla pubblica piazza del paese. Quindi Conté non si limitò solo a fare presenti le utilizzazioni pratiche degli aerostati, ma contribuì a migliorarne le funzionalità, come la produzione di gas idrogeno, nonché lo sviluppo dei contenitori del gas degli stessi palloni aerostatici. Durante la campagna d’Egitto da parte di Napoleone, Conté fu chiamato a utilizzare la sua conoscenza delle mongolfiere per organizzare un volo in occasione della celebrazione del Capodanno francese, che secondo il calendario rivoluzionario cadeva il 22 settembre 1798. Dopo iniziali difficoltà, ben centomila persone assistettero all’ascesa del grande pallone aerostatico. Oggi qualche studioso solleva il dubbio che l’evento avesse più lo scopo di impressionare la popolazione locale, che non considerare la mongolfiera per il suo utilizzo militare, come invece più tardi la storia delle generazioni successive ha dimostrato.

Ingresso principale del Complesso parigino del CNAM, in Rue Saint Martin – foto di Emile Chautemps .

Per tornare a parlare di matite, occorre ribadire che la Repubblica francese era in quel momento sotto il blocco economico europeo, impossibilitata a importare materie prime o attrezzature da paesi esteri. Ecco, dunque, chiarita l’esigenza di costituire un patrimonio di conoscenze, strumenti e macchine, concernenti le arti e i mestieri. A Parigi il 19 vendémiaire anno III (10 ottobre 1794), per “migliorare l’industria nazionale”, in Rue Saint-Martin fu costituito il Conservatorio Nazionale di Arti e Mestieri. Questa istituzione del Conservatoire national des arts et métiers è, con l’École Polytechnique e l’École Normale Supérieure, una delle tre creazioni della Rivoluzione francese indirizzate a promuovere la scienza e la tecnologia. Conté ne divenne membro, insieme a personaggi illustri quali l’abate Grégoire, Vandermonde e Le Roy, primi tra i fondatori, i quali precedettero persino l’ingresso di Joseph Montgolfier tanto amato da Conté.

Nicolas Jacques Conté, Il cestaio, dal volume II Arti e mestieri della ‘Descrizione dell’Egitto’, incisa da Schroeder, pub. sotto gli ordini di Napoleone, 1822 (dopo colorazione)

La maggior parte delle persone scriveva con penna e calamaio. Per disegnare occorrevano invece matite, importate essenzialmente dall’estero. Matite che contenevano mine di plumbago, ovvero quella grafite purissima estratta in Inghilterra a Borrowdale, nella contea di Cumberland, che tanto somigliava al minerale di piombo. In presenza del blocco economico a cui sottostava la Francia e della flotta inglese che bloccava i porti francesi, ponendo grandi difficoltà con le importazioni da altri Stati non avversi, nel marzo 1794, Lazare Carnot – “il grande Carnot” , che ricopriva un ruolo politico di rilievo nel Comitato di Pubblica Sicurezza – convocò Nicolas-Jacques Conté e gli chiese una soluzione confacente alle ristrettezze della Nazione. Conté in pratica era chiamato a inventare una mina per matite che non necessitasse più della purissima materia prima di origine inglese. Dopo vari giorni di ricerca – non molti, per la verità – Conté propose di mescolare la grafite locale con argilla e cuocere il tutto a forte pressione, per poi racchiudere la grafite tra due semicilindri di legno di cedro. Due anni prima, nel 1792 Joseph Hardtmuth aveva già sperimentato la matita di grafite mista ad argilla, ma Conté, informato o meno del fatto, doveva risolvere il problema per la Francia rivoluzionaria soggetta alle sanzioni. E lo fece: le sue nuove matite presentarono diversi vantaggi. La grafite utilizzata era di qualità comune e si trovava un po’ ovunque. Il processo di fabbricazione poteva essere affidato alle macchine. Inoltre, variando la temperatura o la proporzione fra i materiali componenti l’impasto del cannello, le mine che ne scaturivano potevano avere un grado di durezza differente. I vantaggi incidevano sul prezzo finale del prodotto industrializzato.

Matita e pastelli di Conté

In questa, come in tutte le altre sue invenzioni, Conté non ha mai posto in prima linea i propri interessi personali. Nonostante ciò, l’insistenza degli amici lo convinse ad accettare il privilegio di fabbricare matite. Dopo aver ottenuto un brevetto per la sua invenzione, il 3 gennaio 1795, in meno di un anno, fu eretta la fabbrica di matite che porta il suo nome: “Conté à Paris, depuis 1795”. La sua matita fu acclamata all’Esposizione dei prodotti dell’industria francese nel 1798 e due anni dopo vinse la medaglia d’oro per le arti e l’artigianato. Oltre alle matite di grafite, un nuovo punto di forza avrebbe costituito il valore aggiunto dell’azienda: le matite colorate. Era impegnato a studiare un nuovo tipo di colori inalterabili, quando fu chiamato da Napoleone Bonaparte, con molti altri studiosi, alla Campagna d’Egitto, alla quale s’è fatto cenno. La sconfitta della flotta francese ad Aboukir portò a fondo molti strumenti scientifici, ma Conté intraprese la loro sostituzione con mezzi di fortuna. Durante il suo esilio a Sant’Elena, Napoleone ricordando quei giorni dirà di Conté: “Era capace di creare le arti della Francia in mezzo ai deserti dell’Arabia”. Dopo la sua morte nel 1805, il genero, Arnould Renaud Humbolt, assunse la direzione dell’azienda e migliorò l’iter produttivo depositando un ulteriore brevetto nel 1817. La prima fabbrica ebbe sede a Parigi, ma in seguito a diversi passaggi ereditari si stabilì definitivamente a Régny nel 1856, mezzo secolo dopo la morte di Nicolas-Jacques Conté. Rimase per molto tempo come azienda di famiglia, conoscendo una forte crescita, che portò le ultime generazioni alla decisione di cedere parte delle quote per trasformare l’azienda nel 1919 in una società per azioni. Il resto è la storia recente di una impresa di successo.

James Joyce, Gente di Dublino – Eveline

Eveline

di James Joyce

Sedeva alla finestra osservando la sera invadere il viale. Teneva la testa appoggiata alle tende e nelle narici aveva l’odore della cretonne polverosa. Era stanca.
Passava poca gente. L’uomo dell’ultima casa passò diretto ad essa; ne udì i passi risonare secchi sul marciapiede di calcestruzzo e dopo scricchiolare sul sentiero di scorie davanti alle nuove case rosse. Un tempo lì c’era stato un campo dove giocavano tutte le sere con i figli dell’altra gente. Poi uno di Belfast aveva comprato il campo e vi aveva costruito case, non come le loro piccole e scure, ma case chiare di mattoni con tetti lucenti. I bambini del viale giocavano insieme in quel campo: i Devines, i Waters, i Dunns, il piccolo Keogh lo storpio, lei e i suoi fratelli e sorelle. Ernest, però, non giocava mai: era troppo grande. Suo padre spesso andava a stanarli fuori del campo con il bastone di rovo; ma di solito il piccolo Keogh faceva la guardia e gridava quando vedeva suo padre venire. Pure sembravano essere stati abbastanza felici allora. Suo padre non era così malridotto; e per di più sua madre era viva. Era tanto tempo fa; lei e i suoi fratelli e sorelle erano tutti cresciuti, sua madre era morta. Anche Tizzie Dunn era morta e i Waters erano tornati in Inghilterra. Tutto cambia. Adesso stava per andare via come gli altri,
per lasciare la sua casa.

Ernst Ludwig Kirchner, Marzella, 1910, Brücke-Museum (Berlin)


Casa! Guardò in giro per la stanza, passando in rivista tutti gli oggetti familiari che aveva spolverato una volta alla settimana per tanti anni, domandandosi da dove mai venisse tutta quella polvere. Forse non avrebbe mai rivisto gli oggetti familiari dai quali non aveva mai immaginato di venire separata. Eppure durante tutti quegli anni non aveva mai scoperto il nome del prete la cui fotografia ingiallita era appesa al muro, sopra l’armonium rotto, accanto alla stampa colorata delle promesse fatte alla beata Margaret Mary Alacoque. Era stato un amico di scuola di suo padre. Ogni volta che mostrava la fotografia a un ospite suo padre vi accennava di sfuggita con le parole:
«È a Melbourne adesso».
Aveva acconsentito ad andarsene, a lasciare la sua casa. Era saggio?
Cercò di ponderare ogni aspetto della questione. A casa aveva comunque tetto e cibo; aveva intorno quelli che aveva conosciuto tutta la vita. Naturalmente doveva lavorare sodo, sia a casa sia al negozio. Cosa avrebbero detto di lei ai grandi magazzini scoprendo che era scappata con uno? Che era una stupida, forse; e avrebbero rioccupato il suo posto con un’inserzione. La signorina Gavan sarebbe stata contenta. Ce l’aveva sempre avuta con lei, soprattutto ogni volta che c’era gente che ascoltava.
«Signorina Hill, non vede che le signore aspettano?»
«Un po’ di vita, signorina Hill, per favore.»
Non avrebbe versato molte lacrime nel lasciare i grandi magazzini.
Ma nella sua nuova casa, in un lontano paese ignoto, non sarebbe stato così. Allora sarebbe stata sposata: lei, Eveline. La gente l’avrebbe trattata con rispetto. Non come era stata trattata sua madre. Persino ora, sebbene avesse diciannove anni passati, talvolta si sentiva esposta al pericolo della violenza paterna. Sapeva che era questo che le aveva dato le palpitazioni. Quando crescevano non le si era mai lanciato contro, come faceva con Harry ed Ernest, perché era una ragazza; ma ultimamente aveva cominciato a minacciarla e a dirle cosa non le avrebbe fatto, non fosse stato per riguardo a sua madre morta. E ora non aveva nessuno che la proteggesse, Ernest era morto e Harry, che lavorava come decoratore di chiese, era quasi sempre in qualche posto in campagna. Inoltre, l’invariabile battibecco per i soldi le sere del sabato aveva cominciato a stancarla indicibilmente. Dava sempre tutto il suo stipendio (sette scellini) e Harry mandava sempre quello che poteva, ma il guaio era riuscire a farsi dare qualche soldo dal padre. Diceva che lei sperperava il denaro, che non aveva testa, che non le avrebbe dato i
soldi faticosamente guadagnati da spendere e spandere per strada, e molto di più, perché di solito il sabato sera era piuttosto malridotto. Alla fine le dava i soldi chiedendole se era nelle sue intenzioni fare la spesa per il pranzo domenicale. Allora doveva precipitarsi fuori il più rapidamente possibile per andare al mercato, tenendo stretto in mano il borsellino di cuoio nero mentre si faceva strada a gomitate fra la folla, tornando a casa tardi carica di provviste. Era una bella fatica mandare avanti la casa e fare in modo che i due bambini che le erano rimasti affidati andassero a scuola regolarmente e prendessero regolarmente i pasti. Era un duro lavoro, una vita dura, ma ora che stava per lasciarla non la trovava una vita del tutto indesiderabile.
Con Frank stava per esplorare un’altra vita. Frank era molto buono, virile, aperto. Doveva partire con lui sul battello della notte per diventare sua moglie e vivere con lui a Buenos Aires, dove aveva una casa che l’aspettava. Come ricordava bene la prima volta che l’aveva visto; alloggiava in una casa sulla strada principale dove lei andava in visita. Parevano poche settimane fa. Stava in piedi al cancello, con il berretto a visiera spinto indietro sulla testa e i capelli che gli ricadevano in avanti su un viso di bronzo. Poi si erano conosciuti. L’attendeva tutte le sere fuori dei grandi magazzini e l’accompagnava a casa. L’aveva portata a vedere La Zingarella e lei era esultante mentre sedeva con lui in una parte del teatro insolita. Gli piaceva terribilmente la musica e cantava un poco. La gente sapeva che le faceva la corte e, quando lui cantava della ragazza che ama un marinaio, si sentiva sempre piacevolmente confusa. La chiamava Poppens per scherzo. Dapprima avere un ragazzo l’aveva eccitata e poi aveva cominciato a trovarlo simpatico. Raccontava di paesi lontani. Aveva cominciato come mozzo a una sterlina al mese su una nave della linea Allan che salpava per il Canada. Le aveva enumerato i nomi delle navi su cui era stato e i nomi dei diversi servizi. Aveva attraversato lo stretto di Magellano e le raccontava storie dei terribili patagoni. A Buenos Aires era stato fortunato, disse, ed era venuto nella vecchia patria solo per una vacanza. Naturalmente, suo padre aveva scoperto la relazione e le aveva proibito di avere a che fare con lui.
«Li conosco questi marinai» aveva detto.
Un giorno aveva bisticciato con Frank, e dopo questo lei doveva incontrarsi con l’amante di nascosto.
La sera si incupì nel viale. Il bianco di due lettere in grembo divenne indistinto. Una era per Harry; l’altra per suo padre. Ernest era stato il suo preferito, ma voleva bene anche a Harry. Suo padre era andato invecchiando ultimamente, osservò; gli sarebbe mancata. Qualche volta poteva essere molto carino. Non molto tempo prima, quando per un giorno era stata male, le aveva letto ad alta voce una storia di spiriti e abbrustolito il pane sul fuoco. Un altro giorno, quando sua madre era viva, erano tutti andati a fare un picnic sul colle di Howth. Lo ricordò che si metteva il cappello di sua madre per fare ridere i bambini.
Le rimaneva ben poco tempo, ma continuava a sedere accanto alla finestra, appoggiando la testa alla tenda, aspirando l’odore di cretonne polverosa. Lontano nel viale udiva un organetto suonare. Conosceva il motivo. Strano che dovesse venire proprio quella sera a rammentarle la promessa a sua madre, la promessa di mandare avanti la casa il più a lungo possibile. Ricordò l’ultima notte della malattia di sua madre; era di nuovo nella buia stanza soffocante dall’altro lato dell’ingresso e fuori udiva un malinconico motivo italiano. Al suonatore d’organetto era stato ordinato di andarsene dandogli un sixpence. Ricordò
suo padre tornare con sussiego nella camera della malata dicendo:
«Maledetti italiani! Venire qua!».
Mentre fantasticava, la visione pietosa della vita di sua madre gettò il suo maleficio fino nel profondo del suo essere: quella vita di sacrifici banali conclusasi con la pazzia. Tremò mentre riudiva la voce materna dire continuamente con assurda insistenza:
«Derevaun Seraun! Derevaun Seraun!».
Si alzò con un improvviso moto di terrore. Fuggire!
Doveva fuggire! Frank l’avrebbe salvata. Le avrebbe dato la vita, forse anche l’amore. Ma lei voleva vivere. Aveva diritto alla felicità. Frank l’avrebbe presa fra le sue braccia, stretta fra le sue braccia. L’avrebbe salvata.

Stava in mezzo alla folla ondeggiante nella stazione al North Wall. Lui le teneva la mano e lei sapeva che le stava parlando, che ripeteva qualcosa sulla traversata più e più volte. La stazione era piena di soldati con bagagli scuri. Attraverso le ampie porte dei capannoni intravedeva la massa nera della nave, ormeggiata accanto al muro del molo, con gli oblò illuminati. Non rispose nulla. Si sentiva le guance pallide e fredde e, da un labirinto di angoscia, pregò Dio di guidarla, di indicarle quale era il suo dovere.
La nave mandò un lungo fischio lugubre nella bruma. Se andava, domani sarebbe stata sul mare con Frank, diretta a tutto vapore verso Buenos Aires. I biglietti per la traversata erano stati presi. Poteva ancora tirarsi indietro dopo tutto quello che lui aveva fatto per lei? L’angoscia le fece venire la nausea mentre continuava a muovere le labbra in silenziosa fervente preghiera.
Una campana le squillò sul cuore. Lo sentì afferrarle la mano:
«Vieni!».
Tutti i mari del mondo le si rovesciarono intorno al cuore. La stava attirando dentro di essi: l’avrebbe affogata. Si aggrappò con entrambe le mani alla ringhiera di ferro.
«Vieni!»
No! No! No! Era impossibile. Le mani strinsero convulse e frenetiche il ferro. Lanciò in mezzo ai mari un grido di tormento. «Eveline! Evvy!»
Lui si precipitò oltre la barriera e le gridò di seguirlo. Gli urlarono di andare avanti, ma la chiamava ancora. Fissò su di lui il viso bianco, passivo, da animale indifeso. I suoi occhi non gli dettero nessun segno di amore o di addio o di riconoscimento.

George Barbier: Almanacco delle mode – Vol. 1

La figura di George Barbier è oggi poco conosciuta fuori dall’ambito specialistico, anche se nei suoi anni è stato uno fra i più importanti illustratori Art Déco francesi. Le opere di Aubrey Beardsley e Léon Bakst segnarono profondamente il suo stile preciso e scrupoloso, tipico del nuovo stile che prendeva spazio rispetto all’Art Noveau. Eppure, non mancarono in lui anche influenze classicheggianti che si richiamano alla pittura vascolare greca e all’esotismo delle miniature indiane.

Almanacco delle mode passate, presenti e future

SFOGLIA IL PRIMO VOLUME – 1922

George Barbier è stato un pittore, stilista e sicuramente uno dei più importanti illustratori Art Déco francesi. Nacque a Nantes il 10 ottobre 1882 e morì a Parigi il 16 marzo 1932.

Clémentine Hélène Dufau – Ritratto di Georges Barbier

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George Barbier

La figura di George Barbier è oggi poco conosciuta fuori dall’ambito specialistico, anche se nei suoi anni è stato uno fra i più importanti illustratori Art Déco francesi. Le opere di Aubrey Beardsley e Léon Bakst segnarono profondamente il suo stile preciso e scrupoloso, tipico del nuovo stile che prendeva spazio rispetto all’Art Noveau. Eppure, non mancarono in lui anche influenze classicheggianti che si richiamano alla pittura vascolare greca e all’esotismo delle miniature indiane.

Barbier aveva studiato all’École nationale supérieure des beaux-arts di Parigi, quale allievo di Jean Paul Laurens. Sebbene avesse esposto per la prima volta nel 1910 al Salon des Humorists con lo pseudonimo di Édouard William, fu soltanto l’anno successivo che venne scoperto dal pubblico. Nella galleria di suo zio Louis-Maurice Boutet de Monvel, infatti, presentò la sua prima mostra personale. Aveva 29 anni. Dal 1912 Barbier prese proporre le sue opere al Salon des Artists Decorators e dall’ora la sua professione di pittore fece un salto di qualità, collocandolo fra gli artisti più ricercati, con incarichi per disegnare costumi per balletto e teatro, illustrare libri e creare illustrazioni su riviste di alta moda. Per 20 anni Barbier ha fatto parte di un gruppo della Scuola di Belle Arti soprannominato da Vogue “I Cavalieri del Braccialetto“, un omaggio ai suoi modi eleganti e stravaganti e al suo particolare stile di abbigliamento. Inclusi in questo circolo elitario vi erano personaggi in vista come Bernard Boutet de Monvel e Pierre Brissaud – entrambi cugini di primo grado di Barbier –, Paul Iribe, Georges Lepape e Charles Martin.

Durante la sua carriera, George Barbier si occupò altresì di gioielli o anche di design con lavori su di vetro e carta da parati. Oggi lo ricordiamo soprattutto per i suoi numerosi disegni riprodotti con la tecnica dello stencil, che permetteva in modo economico e veloce di colorare le litografie uscite in bianco e nero dalla stampa grazie all’utilizzo di mascherine incise con appropriati tagli su cartoncini o sottili lamine metalliche. Disegni, che apparvero sulle riviste più famose dell’epoca, come i giornali satirici Le Rire o La Baionette, e su riviste di moda come Modes et manières d’aujourd’hui, Les fuillets’ Art, Femina, Vogue, Comoedia illustré, La Gazette du bon ton e Journal des Dames et des Modes: tutte riviste su cui contiamo di soffermarci prossimamente.Sulle loro pagine, oltre ai disegni, propose saggi e numerosi articoli.

Per il teatro, occorre citare in particolare i costumi ideati per la commedia in 3 atti La Vie amoureuse de Casanova presentata al Bouffes-Parisiens di Parigi il 22 febbraio 1919. L’opera era di Maurice Rostand, figlio del ben più famoso poeta Edmond Rostand autore della commedia Cyrano de Bergerac. A metà degli anni Venti Barbier ha lavorato perfino con Erté, pseudonimo di Romain de Tirtoff celebre costumista e scenografo teatrale russo naturalizzato francese. Chiamato da questo artista disegnò scenografie e costumi per gli spettacoli delle Folies Bergère e nel 1929 scrisse l’introduzione per l’acclamata mostra di Erté. Non si fermò al teatro, perché Barbier ha disegnato una serie di scenografie e costumi anche per il cinema. Ad esempio, suo è il guardaroba di Rudolf Valentino nel film del 1924 Monsieur Beaucaire. In breve, tra i suoi costumi di scena per i Ballets Russes e le sue regolari apparizioni sulla rivista L’Illustration, George Barbier raggiunse la fama, che lo ha portato a disegnare ex libris (come quello realizzato quello per Jacques Nouvion, direttore del Journal des Dames). Le sue incisioni a colori impreziosirono gli importanti testi letterari di Charles Baudelaire, Théophile Gautier, Pierre Louÿs, Alfred de Musset e Paul Verlaine, stampati dalle grandi case editrici parigine.

Nei nuovi tempi della modernità, legata a ricercati prodotti di consumo, non mancò neppure di curare raffinate illustrazioni per la pubblicità. Fra queste spiccano raffinate tavole sul tema dell’abbigliamento femminile proposto dalle case di moda di Paul Poiret, Jeanne Lanvin, Jeanne Paquin, Madeleine Vionnet, oppure i preziosi monili del gioielliere Cartier. Morì a Parigi nel 1932 al culmine della sua carriera. Su tutti i suoi lavori artistici, il suo capolavoro è l’Almanacco delle mode passate, presenti e future, in cinque volumi, pubblicato tra il 1922 e il 1925, intitolato Falbalas et Fanfreluches. I testi sono curati da Colette e le mirabili illustrazioni lasciate alla mano di George Barbier. Apparentemente criptico, il titolo significa “Balze e fronzoli”, e fa riferimento all’Abbé Fanfreluche un personaggio efficacemente arruffato e con fronzoli presente nel romanzo erotico incompiuto di Aubrey Beardsley Sotto il monte, un piccolo capolavoro, liberamente ispirato alla leggenda di Venere e Tannhäuser. Sfogliamo il primo dei cinque volumi, che traiamo dalla collezione conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia.


In copertina: Falbalas et Fanfreluches: Almanach des modes présentes, passées & futures pour 1922: La Toilette Délicieuse / France XXe siècle  

Descrizione: Tre alla moda donne vestite in un interno con colonne classiche.  – Tavola colorata a mano tratta da Rivista stampata di moda.

Il Cornetto: uno dei gelati più amati al mondo

Da una innovazione unica, tutta italiana, nel 1959 nasce “Cornetto”!

IL CORNETTO UNO DEI GELATI PIÙ AMATI AL MONDO

Quando, soprattutto nei mesi caldi, ci riferiamo al Cornetto non sempre viene in mente il croissant di cui s’è parlato in un’altra pagina di Entasis Caffè. Piuttosto siamo portati a pensare al Cornetto gelato, che nella produzione industriale porta il marchio Algida. Ma chi ha inventato questo dessert particolare, che può essere conservato in frigo e sorbito tranquillamente anche passeggiando senza timore che subito si sciolga?

La storia la facciamo iniziare in America, per poi rientrare in Europa. E partiamo dal signor Hugh T. Pangburn, nato nel Kentucky nel 1875, ma cresciuto a Dallas dove aveva lavorato in un drugstore prima di trasferirsi Fort Worth, nel Texas. Qui nel 1902 aprì una farmacia in Houston Street, vendendo farmaci e pastiglie ricoperte di zucchero. Nel 1914 Pangburn iniziò a produrre anche gelati. Quell’anno nel retrobottega del suo drugstore preparò anche il primo lotto di quelle che sarebbero diventate le rinomate caramelle Pangburn’s Millionaires. La sua ricetta esclusiva includeva noci pecan, cioccolato al latte, caramello e miele. Tutti ingredienti che ritroviamo nel cornetto gelato.

Nel 1915 Pangburn aggiunse una fabbrica di confetti alla fabbrica di gelati sulla West 7th Street, appena ad est di Summit Avenue. Ed ecco allora esordire la “Pangburn Candy and Ice Company”, azienda di caramelle e gelati. Dobbiamo attendere il 1928, quando al dirigente pubblicitario JT “Stubby” Parker che lavorava proprio alla “Pangburn” balenò un’idea, che presto si rivelò vincente. Prese un cono di zucchero, lo riempì di gelato alla vaniglia, lo intinse nel cioccolato, lo affondò e lo arrotolò in una ciotola contenente granella di noci. Sua moglie chiamò quella creazione Drumstick. Evidentemente alla signora quel cono ricordava proprio una bacchetta di un tamburo, di qui il nome Drumstick.

Parker, per la verità, con la sua invenzione sovvertì l’idea del gelato da gustare all’aria aperta, in uso già da tempo. Realizzò, piuttosto, un cono gelato che poteva essere conservato nel congelatore di un droghiere, con il cono e il gelato congelati come un unico insieme. Parker evidentemente non strinse rapporti commerciali con la “Pangburn”, ma preferì affrontare in proprio la sua sfida. Tre anni dopo, nel 1931, fondò The Drumstick Company per commercializzare il nuovo prodotto Drumstick, azienda che nel 1991 venne acquistata da Nestlé.

Quando però parliamo di cornetto il nostro pensiero corre al cono lanciato sul mercato italiano nel 1959 da un produttore di gelati che tutti, ormai, associano ad Algida di proprietà della società britannica Unilever. Il nome “Cornetto” è diventato un brand e la descrizione del prodotto è ben sintetizzata da una pubblicità che dice: “L’esperienza del Cornetto consiste in una deliziosa cialda al forno croccante, rivestita internamente da cima a fondo con uno strato al gusto di cioccolato, abbinata a un delizioso gelato”. Il produttore italiano dal quale la Unilever acquisì nel 1976 il brevetto si chiamava Spica, un gelatiere con un negozio a Napoli. Nel 1959 superò il problema dei problemi. Durante il processo di produzione, la cialda del cono si impregnava dell’umidità procurata dal gelato, rendendola molliccia. Spica pensò bene di isolare l’interno del cono con uno strato di rivestimento composto da zucchero e cioccolato. Ne derivò una croccante cialda protetta all’interno dal cioccolato, farcita con una gustosissima crema di gelato al latte, spolverata in superfice con granella di nocciole e decorata con segni di cioccolata fusa e subito solidificata all’aria che si frantumano al primo morso.

Con tutto ciò di cui s’è detto, le storie che corrono su molti dei prodotti pubblicizzati, tanto popolari quanto familiari a tutti, rievocano però tempi molto più antichi di quelli legati alla vera e propria commercializzazione moderna. Nel caso specifico del nostro cornetto, certe cialde arrotolate e cotte al forno, risalgono addirittura all’antica Roma o alla Grecia. In altri termini si realizzava in cucina un cartoccio reso commestibile, come esistevano tanti altri tipi di involucri per contenere piccole vivande come ceci infornati, castagne abbrustolite, frutta candita. Non è chiaro, però, quando l’uso sia passato ai dessert cremosi e in particolare ai gelati. Sebbene un tempo proprio il gelato fosse considerato un alimento per le élite, si è evoluto in uno dei prodotti di maggior successo del mercato. Alcuni storici indicano la Francia all’inizio del XIX secolo come la culla del cono gelato. Troviamo stampe in proposito, come quella illustrazione del 1807 nella quale una giovane parigina sembra gustare un cono gelato. Troviamo citati i coni nei libri di cucina francesi già nel 1825. Julien Archambault, ad esempio, descrisse come arrotolare un cono da “piccole cialde”.

Budino ghiacciato, alla Chesterfield. L’illustrazione è una delle prime a mostrare i coni gelato, che Francatelli descrive come gauffres .

Nel 1846, The Modern Cook del cuoco italo-britannico Charles Elmé Francatelli non solo descrive ma raffigura dei coni gelato che decorano la base di un dessert più grande. Nel 1888 troviamo, infine, in modo definitivo e inequivocabile una ricetta per “Cornet with Cream” sul Libro di cucina scritto dall’inglese Agnes B. Marshall. Il testo spiega che “i cornetti vanno fatti con mandorle e cotti al forno, non pressati tra i ferri”. Di conseguenza, qualcuno indica la signora Marshall come l’inventrice del moderno cono gelato. Solo che la crema non era ghiacciata come quella di Parker e neppure la cialda garantiva la solidità del cono a contatto col gelato. Forse è sempre un’impresa ardua indicare un solo inventore.

Cappuccino e croissant per tutti, please!

Origine di due specialità gustate di primo mattino

CAPPUCCINO E CROISSANT PER TUTTI, PLEASE!

Ogni giorno, nei bar affollati, quanti sono gli italiani che fanno colazione con cappuccino e cornetto? Eppure, sono due specialità nate all’estero e solo più tardi giunte in Italia. All’inizio del Novecento, il cappuccino trasformò il semplice caffellatte in qualcosa di singolare. La bevanda conosciuta con il suo nome italiano in tutto il mondo, deve infatti la sua fama alla macchina per il caffè espresso con cui realizzarla: un’invenzione brevettata nel 1901 dall’ingegnere milanese Luigi Bezzera. Pur tuttavia, l’origine del cappuccino, con tutta probabilità, fa riferimento al Kapuziner austriaco, diffuso nei caffè viennesi. Si tratta di una piccola moka con qualche goccia di panna montata. Per chi non ricordasse, la moka, si prepara in modo tradizionale versando dell’acqua in un pentolino riempito con polvere di caffè. La sua origine è orientale, tant’è che Il termine Mocha deriva dalla città portuale yemenita di al-Muchā ( Mocha ) sul Mar Rosso, da dove veniva spedito in tutto il mondo il caffè della varietà di Caffè Arabica , originaria dell’Etiopia.

Un cappuccino italiano – Foto di Engin Akyurt da Pixabay 

A Vienna, il caffè è solitamente servito con latte caldo, schiumato o meno. Quindi, quello che da noi in Italia è comunemente noto come cappuccino, a Vienna è chiamato Melange. La quantità di latte dipende dal gusto personale. Nacque presto il confronto con il colore del saio di un monaco cappuccino. Ad esempio, un Franziskaner è una tazza di caffè con tanto latte da ricordare proprio il colore marrone chiaro dell’abito monacale. Un Kapuziner è invece un po’ più scuro, perché con meno latte, quindi è più forte. Presente in tutto l’Impero austro-ungarico, nei primi anni del Novecento il cappuccino raggiunse il porto di Trieste e da allora consumato in tutta Italia. Molti ricorderanno che proprio Trieste è la sede in cui nacque la Illy caffè, in breve Illy, torrefazione italiana di alta qualità.

Kapuchiner, per come è offerto in un caffè di Berlino

La storia più curiosa riguardante il cappuccino la troviamo sull’edizione italiana di Wikipedia e vale leggerla per come è raccontata: «Le sue origini, infatti, sono strettamente correlate alla diffusione dello stesso caffè in Europa e, in particolare, nell’Impero austriaco del XVII-XVIII secolo. Una leggenda molto diffusa lega il suo nome alla vicenda di un frate cappuccino, tal padre Marco d’Aviano, un presbitero friulano inviato nel settembre 1683 da papa Innocenzo XI a Vienna, con l’obiettivo di convincere le potenze europee a una coalizione contro gli Ottomani musulmani che la stavano assediando. Questi, in una caffetteria viennese, avrebbe “corretto” per la prima volta il gusto troppo forte del caffè con del latte, e la nuova bevanda sarebbe stata soprannominata kapuziner, ovvero cappuccino in tedesco».

Croissant – Foto di Lebensmittelfotos da Pixabay

L’interesse su questa particolare bevanda utilizzata per la prima colazione si accresce se pensiamo che ad accompagnare il cappuccino è quasi sempre il croissant, un rotolino di pasta sfoglia dolce, alla francese. A notare bene, ha la forma di mezzaluna. Il perché è presto detto. Le date coincidono (1683), ma le leggende sono fatte proprio per fare coincidere ogni passo delle storie alle quali si ispirano. La narrazione sull’origine del croissant a mezzaluna è questa: durante l’assedio di Vienna da parte dei Turchi nel 1683, gli Ottomani tentarono un colpo di mano, approfittando dell’oscurità della notte, per introdursi in un tunnel da loro scavato sotto le mura della città. Ma la sorpresa non riuscì, perché a dare l’allarme furono i fornai viennesi, i quali si alzavano prima dell’alba dovendo preparare la loro infornata. Per celebrare la vittoria da parte delle truppe polacche e austriache sulle milizie ottomane, i fornai avrebbero ottenuto ufficialmente il privilegio di modellare una pasta (chiamata Hörnchen, letteralmente “piccolo corno” la cui forma richiamava l’emblema che compare sulle bandiere ottomane.

Immaginate la soddisfazione di affogare la mezzaluna nel cappuccino viennese. Mangiare la mezzaluna era un modo metaforico per mangiarsi l’avversario e celebrare la vittoria. Si dice che l’inventore ufficiale fu il fornaio Peter Wendler che s’ispirò a questo simbolo per esorcizzare l’idea del temibile nemico.

IMMAGINE DI APERTURA: Foto di Eleonora Scordo da Pixabay

Oggi siamo a casa di LE CORBUSIER

«Benvenuti da Charles-Édouard Jeanneret ovvero Le Corbusier, maestro del modernismo, architetto, pittore, scrittore, designer e urbanista. In questo appartamento-atelier si stabilì nel 1934 con sua moglie e qui risiedette fino alla sua scomparsa nel 1965. Il piccolo gioiello di architettura, pochissimo conosciuto dal pubblico, è situato nel 16º arrondissement a Parigi. Oggi è proprietà della Fondazione Le Corbusier che vi organizza delle visite su appuntamento. È stato di recente restaurato. Non esitate a venire per scoprirlo!».

Con queste calorose parole di accoglienza la Fondazione Le Corbusier dà il benvenuto ai visitatori virtuali nella casa dell’architetto svizzero, naturalizzato francese, una delle figure più eminenti del movimento moderno. Si tratta di una residenza privata, che occupa gli ultimi due piani del Molitor, edificio per abitazioni dal carattere innovativo, sorto tra il 1931 e il 1934 grazie alla stretta collaborazione tra Le Corbusier e suo cugino Pierre Jeanneret. Un condominio con il prospetto di otto piani completamente vetrato, situato al confine tra la città di Parigi e il comune di Boulogne-Billancourt. Il 17 luglio 2016 è stato incluso nel patrimonio mondiale dell’UNESCO: un totale di 17 opere architettoniche di Le Corbusier da conservare come Patrimonio dell’Umanità.

Nel 1931, la «Société Immobilière de Paris Parc des Princes» acquistò un terreno edificabile nella parte orientale di Parigi, adiacente a Boulogne. Le Corbusier e Pierre Jeanneret furono incaricati di progettare un condominio e invitati a cercare potenziali clienti spargendo la voce fra le loro conoscenze. Questo perché il finanziamento richiesto per la costruzione non era ancora del tutto sicuro. Tuttavia, sia gli imprenditori, Marc Kouznetzoff e Guy Noble, che i due progettisti pensavano che un’architettura all’avanguardia avrebbe attratto maggiori acquirenti rispetto alla vendita di case tradizionali.

Tra luglio e ottobre 1931, i progettisti proposero un edificio di otto piani con quindici appartamenti, due o tre per livello. Immersi nella luce e aperti alla natura, Le Corbusier applicò nel suo progetto quattro dei suoi cinque punti dell’architettura moderna da lui teorizzati: la pianta libera, la facciata libera con pilastri arretrati rispetto il filo esterno dell’edificio, le finestre a nastro caratterizzate da grandi vetrate longitudinali, la terrazza sul tetto destinato a giardino pensile. Mancavano i pilotis ossia i pilastri in cemento armato, che avrebbero permesso un edificio rialzato di almeno un piano da terra, lasciando libero al piano terra lo spazio di circolazione, le aiuole fiorite e tutte le superfici verdi .

Le Corbusier si riservò il diritto di occupare gli ultimi due livelli dell’edificio, facendone un attico da costruire a proprie spese per essere adibito ad appartamento residenziale e atelier di pittura privato. La costruzione iniziò nel 1932, ma i lavori subirono un’interruzione quando la «Société Immobilière» non riuscì prontamente a trovare il numero necessario di acquirenti e completare le vendite. La situazione causò gravi difficoltà finanziarie, che portarono alla bancarotta dei due costruttori. Nonostante tutto l’edificio fu completato all’inizio del 1934. Per coprire il debito, la banca che aveva finanziato il progetto contestò anche a Le Corbusier il titolo di proprietà, riconosciuto solo nel 1949, dopo una lunga causa giudiziale. 

Partecipazione di nozze Le Corbusier-Gallis

Malgrado le dispute bancarie, l’architetto e sua moglie abitarono in questo edificio, in rue Nungesser et Coli 24, per quasi tutto il corso della loro vita coniugale. Le Corbusier, infatti, nel 1930 aveva sposato Yvonne Gallis, ex modella di moda di Monaco. Quattro anni dopo fecero ingresso in questo appartamento e vi rimasero fino alla loro scomparsa, lei nel 1957 e lui nel 1965. Da allora è proprietà della Fondazione Le Corbusier che lo rende visitabile su appuntamento. Il duplex che Le Corbusier ha posto a coronamento dell’edificio si estende su 240 metri quadrati. Per accedervi, occorre salire una rampa di scale, dal momento che l’ultimo livello servito dall’ascensore è il sesto piano. All’interno, lo spazio è pressoché aperto e le stanze sono disposte in modo da eliminare i corridoi e ridurre al minimo il numero di porte, che costituiscono un sistema di elementi mobili su perni. È possibile, pertanto, separare o collegare lo spazio privato con l’atelier di pittura. Non bisogna dimenticare che Le Corbusier si è sempre considerato intimamente un pittore. L’arredamento è stato progettato da Charlotte Perriand , associata allo studio di Le Corbusier, come responsabile nel disegno di mobili e qualificazione degli interni.  

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