Non solo visitatori di pagine web, ma anche abbonati 

Riferendosi ai sondaggi più recenti il 95 per cento dei lettori di news non è disposto ad abbonarsi a una singola testata giornalistica. C’è da chiedersi quale sia il motivo. Primi fra tutti se lo chiedono gli editori perché il mercato dell’editoria potrebbe orientarsi differentemente e migliorare la propria offerta a vantaggio del pubblico. I lettori intervistati rispondono che preferiscono avere accesso a una varietà di fonti per ottenere una visione più completa e bilanciata delle notizie. Abbonarsi a una sola testata potrebbe limitare questa varietà.

In realtà sembrano pesare piuttosto i costi. Gli abbonamenti possono essere anche costosi se affrontati con un abbonamento annuale, per cui molti lettori non sono disposti a pagare per più di una fonte di notizie, soprattutto quando ci sono molte alternative gratuite disponibili online. Alternative gratuite, naturalmente.

Ma quale è il risultato in quanto a qualità e affidabilità? Con l’avvento dei social media e degli aggregatori di notizie, molti lettori sono abituati a ricevere notizie da diverse fonti in un unico luogo, rendendo meno attraente l’abbonamento a una singola testata. Affidarsi a una singola testata potrebbe non coprire tutti gli argomenti legati al proprio interesse, mentre abbonarsi a più testate potrebbe essere necessario per soddisfare esigenze informative a secondo della notizia che ha attratto l’attenzione del lettore.

Ci sono, tuttavia, diverse alternative all’abbonamento a una singola testata giornalistica che possono aiutarti a rimanere informato senza dover pagare per un singolo servizio. Quelle offerte, ad esempio, dagli aggregatori di notizie: App come Google News e Flipboard raccolgono notizie da varie fonti e le presentano in un unico luogo, permettendoti di personalizzare le tue preferenze e ricevere aggiornamenti su argomenti di tuo interesse.

Esistono inoltre Siti di informazione indipendente: cioè Portali come Il Post o Valigia Blu che offrono notizie e approfondimenti. Per essere sostenuti ricorrono al finanziamento da parte dei lettori stessi. E naturalmente ci sono i Social media, che dividono la maggiore fetta della torta statistica. Sono le Piattaforme come Twitter e Facebook ad essere utilizzate maggiormente per seguire giornalisti, testate e argomenti specifici. In gran parte dei casi parliamo di fonti informative finanziate attraverso post commerciali. Ma tutti sappiamo (anche se lo dimentichiamo facilmente) che è sempre importante verificare l’affidabilità delle fonti, soprattutto quelle individuali.

Molti giornalisti e singole testate offrono newsletter gratuite che puoi ricevere direttamente nella tua casella di posta elettronica. Molto valide sono quelle di Internazionale o dell’Linkiesta. Così come esistono app dedicate a specifici settori, ad esempio Sky Sport per le notizie sportive o Yahoo Finanza per le notizie economiche. Per non parlare di un sistema denominato RSS Feed, utilizzato da molti lettori: il pensiero corre subito a Feedly, che ti permette di aggregare articoli da vari siti web in un unico flusso personalizzato.

Foto di 99mimimi da Pixabay

A questo punto, occorre domandarsi come si dovrebbe finanziare la produzione di notizie, se il prodotto gratuito sembra essere quello più appetibile, al di là di risposte spesso poco sincere. In soldoni: a quali alternative gli editori pensano per tamponare o, nel migliore dei casi, risolvere il problema degli abbonamenti?

Vagliamo insieme alcune delle strategie più comuni. I più comuni quanto sperimentali sono i modelli di pagamento flessibili. Chi più chi meno offre abbonamenti mensili o settimanali, per rendere più accattivante l’accesso ai contenuti. Alcuni editori stanno sperimentando i micropagamenti, permettendo ai lettori di pagare solo per i singoli articoli che desiderano leggere Tuttavia, ciò vale se il lettore si sofferma sulle notizie in modo saltuario, perché tirando le somme alla lunga conviene abbonarsi.

In tal modo si può usufruire di contenuti esclusivi e personalizzati: articoli approfonditi, interviste esclusive e analisi dettagliate. Fattori che possono incentivare i lettori a sottoscrivere un abbonamento. Inoltre, la personalizzazione dei contenuti, in base agli interessi dei lettori, oppure organizzare eventi esclusivi, webinar, e creare community online per gli abbonati può aggiungere valore all’abbonamento e creare un senso di appartenenza tra i lettori.

Più si allargano le offerte, maggiori divengono i costi. Per condividere le spese gestionali gli editori ricorrono pertanto a partnership e bundle. Collaborare, infatti, con altre aziende per offrire pacchetti combinati (bundle) che includono abbonamenti a più servizi, come piattaforme di streaming o altri media, può rendere l’offerta più attraente.

Alcuni editori utilizzano il modello “freemium”, offrendo una parte dei contenuti gratuitamente e riservando i contenuti premium agli abbonati. Questo approccio permette ai lettori di valutare la qualità dei contenuti prima di impegnarsi in un abbonamento.

Le strategie, sperimentali al momento, adottate dagli editori per affrontare il problema degli abbonamenti stanno mostrando risultati misti, con alcuni successi e alcune sfide ancora da superare.

Molte testate hanno visto un aumento significativo degli abbonamenti digitali, grazie a offerte promozionali e prezzi più accessibili. Questo ha permesso di ampliare la base di lettori. L’e-commerce ha dato un forte impulso alle vendite di libri, con un aumento delle novità pubblicate e un catalogo di titoli disponibili in continua espansione.

Una cosa è certa: bisogna fare in fretta. L’aumento dei costi della carta e delle spese operative ha ridotto i margini di profitto per molte case editrici, nonostante l’aumento delle vendite digitali. Inoltre, la concorrenza tra le diverse testate giornalistiche e altre forme di intrattenimento rende difficile mantenere l’attenzione dei lettori e differenziarsi sul mercato.

Non rimane che bilanciare l’offerta di contenuti gratuiti e a pagamento, garantendo al contempo la qualità e l’innovazione per giustificare il costo degli abbonamenti. La soluzione è però una, e una soltanto: si compra ciò che torna davvero utile. I nani e le ballerine piacciono nei giorni di festa.


Al mattino un cappuccino prima di iniziare la giornata

Il cappuccino è la bevanda a base di caffè più popolare in Italia.

Viene tradizionalmente servito in una tazza di ceramica bianca.

Esistono diverse varianti del cappuccino, come il cappuccino macchiato (con una macchia di espresso) e il cappuccino freddo.

Per cominciare bene la giornata, direi di prenderci un cappuccino. Per questo vorrei domandarti, Laura, quali siano le origini del cappuccino.

Partirei da un frate cappuccino e dall’assedio di Vienna. La storia del cappuccino inizia, infatti, ufficialmente nella capitale austriaca nel lontano 1683. Si narra che il frate cappuccino Marco d’Aviano, inviato dal Papa in missione diplomatica per raccogliere sostegno contro l’assedio turco della città, assaggiò il caffè nero servito dai viennesi e lo trovò troppo forte. Per renderlo più gradevole, chiese di aggiungere del latte e dello zucchero.

In altre parole, frate d’Aviano si è inventato un nuovo modo di bere il caffè nero a Vienna.

La bevanda, battezzata “Kapuziner” in onore del frate e del colore del suo saio, divenne ben presto popolare tra i viennesi. Il nome “cappuccino” per altri sembra invece derivare, più che dal colore dell’abito dei frati cappuccini, piuttosto dall’aspetto della loro tonsura, cioè la rasatura di forma circolare (detta anche chierica) che i religiosi avevano l’obbligo di portare sul capo. Si presentava come un cerchio di pelle bianca circondato da capelli corvini. Il bianco ricordava il latte, mentre i capelli facevano riferimento al caffè nero.

Oltre alla leggenda di Marco d’Aviano, però, esistono anche altre teorie sulle origini del cappuccino.

È vero. Alcune storie attribuiscono la creazione della bevanda a dei soldati polacchi che, durante la battaglia di Vienna, avrebbero aggiunto del latte al caffè sottratto ai turchi.  Secondo una leggenda, dopo la battaglia di Vienna del 1683, i viennesi utilizzarono i sacchi di caffè abbandonati dalle truppe del sultano. Per addolcirne il sapore intenso, aggiunsero panna e miele, ottenendo come risultato un colore simile a quello dei cappuccini.

Tuttavia, il Kapuziner non è ancora in nostro “cappuccino”.

Esattamente come dici. Al di fuori della capitale austriaca, questa bevanda divenne nota come “café viennois”, ovvero “caffè viennese”. Nel corso del XVIII secolo, la ricetta si diffuse e in Italia si consolidò con il nome di “cappuccino”. Questo anche in virtù di alcune modifiche: al posto dello zucchero, per addolcirlo, si iniziò a utilizzare la schiuma di latte, elemento che conferisce al cappuccino il suo aspetto distintivo e cremoso. Tuttavia, nella sua preparazione moderna, il cappuccino è legato all’uso della macchina per espresso, un’invenzione brevettata in Italia nel 1901 da Luigi Bezzera.

Indipendentemente dalle sue origini, il cappuccino è diventato una delle bevande più amate e diffuse al mondo, simbolo della cultura italiana del caffè.

Questo grazie alla sua ricetta semplice e versatile, unita al gusto ricco e cremoso che lo rende un classico intramontabile. Il cappuccino che ci hanno portato al tavolo, per definizione è una bevanda a base di caffè espresso e latte montato a vapore, che gli conferisce la classica consistenza cremosa. Per la precisione, è composto da 125 ml di latte e 25 ml di caffè espresso, e può essere arricchito con cacao in polvere o cannella. La temperatura del latte non deve superare i 65°C.

Quale tecnica si usa per preparare un buon cappuccino?

La tecnica del barista consiste nell’introdurre minuscole bolle d’aria nel latte, insufflando vapore a pressione, creando in tal modo una consistenza cremosa. Il cappuccino, inoltre, è da noi servito in una tazza di ceramica da circa 180 ml, ideale per mantenere il calore. In Italia, il cappuccino si consuma principalmente a colazione, spesso accompagnato da dolci. Generalmente si tratta di croissant o altri prodotti da forno. Recentemente, per migliorare l’aspetto estetico del cappuccino, si utilizzano tecniche moderne di latte art, che permettono di decorare la bevanda con disegni realizzati con la lattiera o strumenti manuali.

Nuove varianti del cappuccino stanno emergendo, con l’aggiunta di ingredienti come sciroppi aromatizzati, spezie e latte vegetale. Me lo confermi?

Proprio così. Ogni anno si tiene Il World Barista Championship (WBC), dove i baristi competono per creare la migliore tazza di cappuccino. Il concorso è un evento emozionante che mette in mostra le loro abilità e la creatività sempre vivace. Aggiungerei anche il Campionato Mondiale di “Latte Art”, dove i baristi competono per creare i migliori disegni con la schiuma di latte.

Pur tuttavia, alcuni sollevano obiezioni legate all’impatto ambientale, in rapporto con la produzione di latte vaccino.

Come proposta c’è pronta un’alternativa. Alcuni gruppi stanno operando per sostituire il latte animale con quello a base vegetale, come il latte di mandorle o di soia, proprio per ridurre un impatto ambientale negativo. Già da ora, esistono diverse caffetterie che offrono cappuccini vegani realizzati con latte vegetale.

Per converso, ci sono anche sostenitori del cappuccino tradizionale, che può avere effetti benefici sulla salute grazie alla combinazione di caffè e latte.

Uno studio recente pubblicato sulla rivista “Nutrients” sostiene che il regolare consumo di cappuccino può avere effetti positivi sulla salute mentale e sul benessere. Lo studio ha rilevato che i partecipanti che bevevano un cappuccino ogni giorno avevano maggiori probabilità di sentirsi felici e soddisfatti e avevano anche livelli più bassi di stress e ansia.

Laura, i nostri cappuccini si stanno raffreddando. Mentre cominci a sorseggiare il tuo, potresti dirmi quando si celebra la Giornata Internazionale del Cappuccino?

L’8 novembre. È un’occasione per apprezzare questa amata bevanda. Nespresso ha recentemente lanciato un kit, che consente agli amanti del caffè di preparare cappuccini a regola d’arte a casa. E sempre per casa, le aziende del setttore hanno preso a proporre “cappuccinatori” in grado di montare il latte come una schiuma gustosa e cremosa. Come vedi intorno al cappuccino si muove il mondo.


Nel Salento una storia che unisce e poi divide

Un romanzo da leggere assolutamente è quello  di Francesca Giannone ambientato nel Sud d’Italia. Ci stiamo riferendo a “Domani, domani” di Francesca Giannone . È il suo secondo libro dopo l’acclamato romanzo d’esordio “La portalettere”.

“Domani, domani” riporta i lettori nel Salento degli anni ’50, questa volta seguendo le vicende di Lorenzo e Agnese, fratello e sorella che si ritrovano ad affrontare la vendita dell’amato saponificio di famiglia. Lorenzo e Agnese hanno sempre vissuto all’ombra del saponificio di famiglia, un’eredità che il padre ha gestito con dedizione per anni. Tuttavia, i tempi cambiano e l’azienda inizia a vacillare. Con il cuore pesante, il padre decide di vendere l’attività, lasciando i due fratelli ad affrontare un futuro incerto. Mentre Lorenzo cerca di adattarsi alla nuova realtà, Agnese si aggrappa ai ricordi del passato e fatica ad accettare la perdita. Entrambi dovranno fare i conti con i propri sogni e desideri, imparando a trovare la forza dentro di sé per andare avanti.

Come nel suo precedente romanzo, Giannone intesse una storia ricca di intrighi familiari, colpi di scena e descrizioni evocative della sua terra d’origine, il Salento. I temi esplorati includono la perdita, la speranza, l’amore e la forza dei legami familiari.

Domani, domani è stato accolto con recensioni positive dalla critica, che ha elogiato la scrittura di Giannone, la sua capacità di delineare personaggi complessi e la sua rappresentazione autentica del Salento.

Ecco il link dove trovare maggiori informazioni sul romanzo:
Editrice Nord: https://www.editricenord.it/autore/francesca-giannone.html


Villaggio Olimpico di Parigi 2024: polo inclusivo ed eco-sostenibile

Rendering di progetto

Da venerdì 26 luglio 2024 a domenica 11 agosto 2024, in quest’arco di tempo si celebreranno i Giochi della XXXIII Olimpiade, noti sulla stampa internazionale come “Parigi 2024”, a 100 anni esatti dall’ultima volta che la città ha ospitato l’evento. Dal punto di vista organizzativo saranno ospitati circa 10.500 atleti provenienti da oltre 206 paesi. Questo significa che una delle novità più entusiasmanti è che il team culinario del villaggio preparerà ben 40.000 pasti al giorno per gli atleti, con un menu che include 500 ricette da tutto il mondo. Quattro saranno i temi gastronomici prescelti: francese, asiatico, mondiale e afro-caraibico.

Tutto ciò si svolgerà all’interno del Villaggio Olimpico di Parigi 2024, progettato per essere un esempio di sostenibilità, con edifici a basso impatto ambientale e numerose iniziative ecologiche. Proviamo a scorrere velocemente alcuni dei punti salienti:

  1. Edifici a basso impatto ambientale: Gli edifici del villaggio hanno una impronta di carbonio inferiore del 30% rispetto ai progetti di costruzione moderni. Sono progettati per adattarsi ai cambiamenti di temperatura, utilizzando un sistema di raffreddamento a base d’acqua e riscaldamento da una rete geotermica.
  2. Energia rinnovabile: Il villaggio utilizzerà energia geotermica e solare per ridurre l’impatto ambientale. Inoltre, sarà implementata una politica di zero rifiuti e una flotta di veicoli a zero emissioni sarà operativa durante i Giochi.
  3. Economia circolare: Il progetto segue i principi dell’economia circolare, minimizzando la costruzione di nuove infrastrutture e utilizzando edifici esistenti o temporanei.
  4. Alimentazione sostenibile: Saranno offerti pasti a base vegetale per ridurre l’impatto ambientale del cibo.

Questi sforzi mirano a creare un modello di Giochi Olimpici più sostenibile e responsabile, lasciando un’eredità positiva per le future generazioni. Oltre ad essere un luogo di riposo e allenamento per gli atleti, il Villaggio sarà un vero e proprio hub di socializzazione e svago. Al suo interno, infatti, troveranno spazio anche Centri di intrattenimento con cinema, sale giochi e spazi per eventi culturali. Non mancheranno Strutture per il tempo libero come campi sportivi, piscine e aree verdi per relax e socializzazione, come non mancheranno neppure Servizi medici quali ambulatori e centri di fisioterapia per garantire la salute e il benessere degli atleti.

A conclusione dei Giochi, il Villaggio Olimpico si trasformerà in un quartiere ecosostenibile a disposizione della comunità locale. Gli alloggi saranno convertiti in 3500 appartamenti residenziali, mentre le strutture sportive e i centri commerciali diventeranno punti di riferimento per il tempo libero e i servizi del quartiere.

Ne risulterà un quartiere nel quale circa l’80% degli edifici è stato costruito con materiali riciclati o provenienti da filiere locali, a dimostrazione di un impegno concreto verso un futuro più verde. L’attenzione all’ambiente si traduce anche nell’utilizzo di energia rinnovabile, grazie all’installazione di pannelli solari che coprono il 30% del fabbisogno energetico del villaggio.

Il Villaggio Olimpico di Parigi 2024 rappresenta un esempio tangibile di come i grandi eventi sportivi possano coniugare eccellenza competitiva, sostenibilità ambientale e inclusione sociale. Un modello da seguire per future edizioni dei Giochi e per lo sviluppo urbano in generale.

Di seguito alcuni siti web sulle tematiche di riferimento:

  1. Paris 2024: High ambitions for lower-carbon Games – Olympics.com
  2. Eco-Friendly Paris Olympics Initiatives: Sustainable Efforts for a …
  3. Paris 2024, the eco-friendly Olympics – Ville de Paris
  4. Our Legacy and Sustainability plan – Paris 2024 – Olympics.com
  5. Sustainability and Legacy Report – Paris 2024 – Olympics.com

Sito ufficiale di Parigi 2024: https://olympics.com/it/paris-2024


Ma come si faceva a scrivere senza la biro?

Oggi scrivere con una penna a sfera è abitudine comune, ma agli inizi del secolo scorso non lo era affatto. Almeno finché László József Bíró, inventore ungherese, non elaborò la sua idea rivoluzionaria che soppiantò quasi del tutto le penne stilografiche. Fu, infatti, il primo a brevettare il suo nuovo tipo di penna, che cambiò le abitudini di scrittura, conseguendo un meritato successo commerciale.

Come spesso accade, inizialmente Bíró ebbe una carriera molto variegata. Studiò medicina, ma abbandonò presto gli studi per dedicarsi a diverse attività. Fu pilota di automobili, doganiere, agente di borsa, pittore surrealista e scultore. Inoltre, lavorò come giornalista, collaborando con varie testate, e questo suo lavoro fu indirettamente all’origine del successo.

Come s’è detto, nel tempo libero Bíró si dilettava a progettare e creare congegni insieme al fratello György, un chimico. Di comune accordo svilupparono diverse invenzioni, tra cui un vetro resistente ad alte temperature, un prototipo di lavatrice, una serratura anti-scassinamento e un cambio meccanico automatico per auto. La General Motors acquisì il brevetto, ma solo affinché nessun altro produttore potesse sfruttarlo. Era il 1932.

In quello stesso 1932 Bíró fu incaricato, come redattore capo della rivista “Hongrie-Magyarország-Hungary”, di divulgare l’arte ungherese all’estero. Successivamente entrò a far parte del settimanale “Előre”. Guardando i rulli da stampa rotanti nella tipografie dei giornali, gli venne l’idea di realizzare una penna che scrive con l’inchiostro, ma senza sbavare come accadeva alle stilografiche.

È qui, dunque, che nacque l’idea che lo indirizzò alla sua invenzione, osservando l’inchiostro tipografico, che si asciugava rapidamente senza macchiare. Tuttavia, l’inchiostro tipografico era troppo denso per essere utilizzato col pennino tradizionale di una stilografica. Occorreva, quindi, uno strumento di scrittura diverso.

Nel 1938, Bíró, insieme a suo fratello György, sviluppò un nuovo tipo di penna che utilizzava una piccola sfera rotante per distribuire l’inchiostro in modo uniforme sulla carta. Nelle diverse interviste rilasciate nel corso degli anni racconta che l’idea gli venne data da alcuni bambini che giocavano con delle biglie. Bíró si accorse che se una biglia rotola oltrepassando una pozzanghera, lascia sempre dietro di sé una traccia bagnata sull’asfalto. L’idea era scaturita dalla sua mente.

Tutto ciò che serviva era una pallina rotante all’estremità di un tubicino e un tipo di inchiostro che non si seccasse all’interno di quel tubicino, ma si asciugasse istantaneamente sulla carta. Bíró credeva che con un inchiostro composto da componenti solidi e liquidi, le parti liquide sarebbero state assorbite dalla carta, mentre le parti solide sarebbero rimaste sulla sua superficie. Con l’aiuto del fratello György, dell’inventore Andor Goy e dei fratelli Kovalszky, riuscì a mettere in atto la sua idea.

Bíró brevettò l’invenzione a Parigi nel 1938, per l’esattezza il 25 aprile. In dettaglio spiegò nel brevetto industriale di avere creato una penna a sfera, inserendo all’estremità di una cartuccia d’inchiostro una piccola pallina metallica libera di ruotare. La rotazione permetteva di prelevare l’inchiostro dalla cartuccia, depositandolo sulla carta. Le prime penne, ancora da perfezionare, arrivarono sul mercato con il nome Go-Pen.

La penna a sfera di Bíró risolse molti dei problemi delle penne stilografiche del tempo, come le fuoriuscite di inchiostro e le ostruzioni. L’ invenzione divenne rapidamente popolare, ma non fu accettata immediatamente e incontrò diverse difficoltà iniziali. Quando Bíró brevettò la sua invenzione nel 1938, il costo di produzione era elevato, rendendo di conseguenza il prezzo di vendita della penna piuttosto alto. Questo la rese inizialmente un prodotto di nicchia e non accessibile a tutti. Inoltre, la Seconda Guerra Mondiale interruppe le sperimentazioni e costrinse Bíró a trasferirsi prima a Parigi e poi in Argentina.

Fu solo dopo la guerra che la penna a sfera iniziò a guadagnare popolarità, soprattutto grazie all’interesse dell’aviazione britannica, che la trovò utile per scrivere ad alta quota, dove le penne stilografiche tradizionali non funzionavano bene.

La svolta commerciale arrivò quando i fratelli Bíró vendettero i diritti della loro invenzione a un imprenditore francese, il barone Marcel Bich, che riuscì a ridurre significativamente i costi di produzione e a rendere la penna a sfera accessibile a un pubblico più ampio. Questo portò alla nascita del marchio Bic, che divenne sinonimo di penna a sfera in tutto il mondo. Quindi il marchio Bic è nato dopo l’invenzione della penna a sfera di László Bíró.

Marcel Bich, acquistò infatti i diritti della penna a sfera dai fratelli Bíró nel 1945 ma dovette prima perfezionare il processo di produzione, rendendo il prodotto finale molto più economico. Apportò anche alcune modifiche all’oggetto stesso, attraverso un vero e proprio progetto di design. Realizzò un cannello trasparente per poter vedere il livello dell’inchiostro contenuto nel serbatoio.

Diede alla penna una forma esagonale e non cilindrica, rispettando esteticamente il gusto Art Déco, ma anche per rendere la penna funzionale ed evitare che rotolasse in terra dai banchi degli studenti che in quel tempo erano inclinati.

In definitiva, dotò la penna di una linea essenziale ed economica senza tanti fronzoli. Da allora il design non è mai mutato, se non nel cappuccio, tagliato in cima per fare un foro ed evitare il soffocamento qualora un bambino lo ingoiasse.

Finalmente, nel 1950, Marcel Bich lanciò la sua versione della penna a sfera sotto il marchio “Bic”, (Bic senza la acca del suo cognome). Una penna che divenne rapidamente popolare grazie alla sua convenienza e affidabilità. Oggi, Bic è uno dei marchi più riconosciuti al mondo per le penne a sfera.

László József Bíró e Marcel Bich incontrarono diversi concorrenti nel corso dello sviluppo e della commercializzazione della penna a sfera. Uno dei principali concorrenti fu l’azienda Eversharp, che collaborò con l’inventore americano Milton Reynolds per produrre una penna a sfera simile. Reynolds riuscì a lanciare la sua versione della penna a sfera negli Stati Uniti nel 1945, poco dopo che Bíró aveva brevettato la sua invenzione.

Inoltre, la Waterman Pen Company, un’azienda già affermata nel settore delle penne stilografiche, cercò di competere con la penna a sfera di Bíró migliorando i propri prodotti.

Tuttavia, fu Marcel Bich a ottenere il maggior successo commerciale, lanciando il marchio Bic, che divenne sinonimo di penna a sfera in tutto il mondo.


A Messina, in riva allo Stretto, “Mezza con panna”

Messina - mezza con panna e brioches
La classica granita messinese al caffè con panna e l’immancabile brioche col “tuppo”

“Mezza con panna”, con questa espressione a Messina ci si riferisce a una freschissima granita, per metà al gusto preferito accompagnato, per l’altra metà, da soffice panna montata. Tuttavia, la “mezza con panna” non è semplicemente un modo per ordinare una colazione alternativa al diffusissimo cappuccino, ma rappresenta una vera e propria istituzione della pasticceria locale. Gustare una granita al caffè con panna montata, è a tutti gli effetti un rituale che si ripete ogni giorno nei locali della città.

Occorre subito fare attenzione a un particolare: il cappuccino e la “mezza con panna” più diffusa, quella cioè al gusto di caffè, hanno gli stessi componenti di base: per l’appunto il caffè nero e il latte. Modalità di preparazione differenti, che si rintracciano nella storia e nella tradizione, hanno dato origine a due prodotti gustosi per consumare in modo differente una prima colazione.

Sul cappuccino potete leggere in altre pagine di Entasis, ora soffermiamoci sulle diverse ragioni che concorrono a conferire alla “mezza con panna” un significato molto profondo. Questa specialità tipicamente messinese trova, infatti, le sue radici nella storia della città, dove già nel XVI secolo si diffuse la granita. Nel corso del tempo, la ricetta si è evoluta e perfezionata, diventando un elemento distintivo dalle caratteristiche uniche.

La granita con panna rappresenta, perciò, un elemento identitario per i messinesi, che ne vanno fieri e la considerano meritatamente un’eccellenza da condividere con i visitatori. Gustarla in un bar storico, accompagnata da una brioche col tuppo (la pallina che la guarnisce), è un modo autentico per immergersi nella cultura e nelle tradizioni. È un pezzo di storia racchiuso in un connubio originale e inimitabile di sapori.

L’importanza della “mezza con panna” per Messina è stata ufficialmente riconosciuta con il conferimento della DE.CO (Denominazione Comunale), che ne tutela la ricetta originale e ne promuove la valorizzazione.

Stiamo parlando, quindi, di una granita speciale, perché speciali (anche rispetto ad altre granite siciliane) sono le sue caratteristiche.

Cremosità e consistenza: Come si è detto, questa granita messinese si distingue per la sua consistenza quasi vellutata al palato. Risultato è ottenuto grazie ad un processo di lavorazione artigianale basato sull’alta qualità degli ingredienti e su tecniche specifiche.

Ingredienti: La granita che si gusta in riva allo Stretto è preparata con prodotti semplici e genuini miscelati ad acqua e zucchero. Ad esempio, il caffè, tostato e macinato al momento, dona un aroma intenso e deciso, mentre il succo di limone, rigorosamente fresco e non trattato, conferisce alla granita un’acidità bilanciata e rinfrescante.

Temperatura: La granita messinese viene servita a una temperatura molto bassa, che ne esalta la freschezza. Questo permette inoltre di mantenerla stabile, evitando che si sciolga troppo rapidamente.

Abbinamento con la panna: Un elemento caratterizzante è l’abbinamento con la panna montata fresca. La panna, rigorosamente non zuccherata, contrasta piacevolmente l’amarezza del caffè o la dolcezza della frutta, creando un connubio di sapori armonioso e goloso.

La granita messinese vanta una lunga e ricca tradizione almeno a partire dal XVI secolo. Per la verità, i documenti sulle origini della granita siciliana in generale sono incerti: c’è chi la fa risalire agli arabi e prima ancora ai greci. Si pensa che la sua nascita sia avvenuta per caso, grazie all’utilizzo della neve portata a valle dalle colline più alte, o dall’Etna, per essere conservata in apposite “niviere”, fosse profonde scavate nella terra e ricoperte da frasche. Serviva per essere utilizzata (quando i frigoriferi erano di là da venire) nei momenti di necessità e consumata in qualsiasi stagione.

La neve delle neviere, compressa e trasformata in ghiaccio, era poi tagliata in blocchi. Veniva quindi grattugiata e mescolata con succhi di frutta o caffè, dando vita a dessert piacevoli e rinfrescanti. Quella descritta, però, è la granita che troviamo in molte parti della Sicilia e generalmente anche in Italia. A Roma non a caso la chiamano “grattachecca”, in quanto prodotta col ghiaccio tritato.

La città di Messina, a differenza di altre località, grazie alla sua posizione strategica all’imbocco dello Stretto, era un importante punto di snodo per i commerci e gli scambi culturali soprattutto con l’Oriente. Ciò ha favorito l’incontro con diverse culture e tradizioni gastronomiche, contribuendo all’evoluzione e al perfezionamento della stessa ricetta.

La miscela di ingredienti, ieri come oggi lavorata a lungo in apposite attrezzature, è mantenuta in costante movimento per impedirne la cristallizzazione, cioè la trasformazione in ghiaccio. Si ottiene così una granita liscia e senza grumi.

La gelatura è la lavorazione più delicata. Oggi si fa a macchina, ieri a mano, con il ghiaccio delle neviere portato a valle con grande attenzione. Anticamente (a partire cioè dal Cinquecento) acqua, zucchero, succhi tratti dalla frutta, erano filtrati e messi a gelare. Man mano che il liquido si solidificava sui bordi del contenitore di preparazione (pozzetto) andava scrostato evitando di “bruciare”, cioè di congelare repentinamente. Un errore del genere avrebbe fatto precipitare il composto sul fondo del recipiente, lasciando in superficie insipidi cristalli di ghiaccio. 

La cosa più stupefacente ha, tuttavia, un carattere sociale che coinvolge l’intera popolazione. Durante il Cinquecento, le colline messinesi si ricoprirono di gelseti che favorirono la ricchezza della città grazie alla produzione ed esportazione di seta grezza o lavorata. Dell’albero del gelso, i bachi da seta mangiavano le foglie, mentre gli uomini ne utilizzavano i frutti. Quando la meccanizzazione in altre parti di Europa nell’Ottocento fece crollare la produzione della seta messinese, le colline della città si ricoprirono di alberi di limone e iniziò un nuovo mercato di esportazione di essenze. Ecco perché la granita prima di gelso e poi di limone sono sempre state le classiche granite messinesi.

In ogni caso, nel corso del tempo, la granita, pur modificando gusto, è diventata sempre più popolare, conquistando il palato non solo dei residenti, ma anche dei visitatori provenienti da tutta la Sicilia e dall’Italia.

Quali sono, perciò, i gusti più richiesti nei numerosi bar storici dove è possibile assaporare un’autentica granita messinese, preparata secondo la ricetta tradizionale? Oltre ai classici al caffè o al limone, che sono i più richiesti nel corso della mattinata per fare colazione, una grande varietà di altri gusti tipici meritano di essere assaggiati:

Gelsi: Un gusto che, come ora sappiamo, richiama alla tradizione. Una granita dal colore viola intenso e dal sapore dolce e leggermente acidulo. La granita ai gelsi viene preparata con succo fresco di gelsi di Sicilia, un frutto tipico della stagione estiva.

Mandorla: Un gusto dal sapore intenso e aromatico, ottenuto da mandorle siciliane tostate e macinate. La granita alla mandorla è spesso servita con una spolverata di cannella o di cacao.

Pistacchio: Un gusto molto apprezzato, soprattutto dai golosi. La granita al pistacchio viene preparata con pistacchi di Bronte, rinomati per la loro qualità e il loro sapore unico.

Fragola: Un gusto fresco e rinfrescante, perfetto per le giornate calde. La granita alla fragola viene preparata con fragole fresche di stagione.

Cioccolato: Un gusto goloso e cremoso, che piace sia ai grandi che ai piccini. Per la granita al cioccolato è utilizzato cacao di alta qualità, amaro o al latte.

Oltre a questi gusti intramontabili, esistono anche numerose alternative altrettanto originali, come la granita al fico d’india, al verdello, alla pesca o all’albicocca, al gelsomino. La sperimentazione è continua e i maestri pasticceri messinesi inventano sempre nuove ricette per incuriosire e sorprendere i palati dei loro clienti.

Naturalmente, la scelta del gusto di una buona granita varia in base alle predilezioni personali, al momento della giornata e al periodo dell’anno. In conclusione, che siate amanti dei sapori classici o che siate alla ricerca di nuove esperienze, la granita messinese ha sicuramente qualcosa da offrirvi.


La lingua italiana si evolve e si adatta ai cambiamenti

Dai saluti amichevoli ai modi di dire simpatici, quante espressioni particolari, nate di recente e spesso sconosciute ai più, potrebbero aiutare un ospite o un viaggiatore venuto da lontano ad adattarsi e ad abbracciare la cultura italiana. Allora ci siamo domandati, già dall’inizio dell’estate, Come cambiano lingua e slang italiani secondo gli studi più recenti? La risposta si trova sulla piattaforma di apprendimento linguistico online Preply, che ha condotto studi effettuando sondaggi specifici. Secondo un sondaggio condotto da Preply nella primavera del 2023, che ha coinvolto 1.647 persone che vivono in Italia, sono emerse alcune tendenze significative.

Lo slang tra i giovani, in particolare la Generazione Z, è fortemente influenzato da fenomeni culturali globali, spesso provenienti dall’estero. Termini come “cringe” (imbarazzante) e “flexare” (vantarsi) sono diventati comuni. L’influenza deriva più direttamente dai media. La musica, i social media e le serie TV, hanno da sempre un ruolo cruciale nell’introduzione e nella diffusione di nuovi termini. Nel nostro caso, parole come “ghostare” (interrompere improvvisamente i contatti con qualcuno) e “woke” (consapevole delle ingiustizie sociali) sono entrate nel vocabolario quotidiano.

  1. Cringe – Usato per descrivere qualcosa di imbarazzante o sgradevole.
  2. Flexare – Mostrare o vantarsi di qualcosa, spesso sui social media.
  3. Ghostare – Interrompere improvvisamente i contatti con qualcuno senza spiegazioni.
  4. Woke – Essere consapevoli e attivi riguardo alle ingiustizie sociali.

È chiaro, dunque, che tali cambiamenti riflettono come anche la lingua italiana si adatti e si evolva in risposta alle influenze culturali globali e alle nuove tecnologie. Ruolo importante è l’influenza dell’inglese. L’italiano sta incorporando sempre più termini e strutture dall’inglese, portando a innovazioni linguistiche. Ad esempio, l’uso di prefissi come “super-“, “iper-“, “mega-” e “euro-” è in aumento.

A questo si aggiungono Slang e neologismi. La tecnologia ha, infatti, introdotto nuovi termini, abbreviazioni e un uso più frequente di lettere dell’alfabeto non tipicamente usate in italiano. Questo è particolarmente evidente tra i giovani e nelle comunicazioni online.

Slang e neologismi, proviamo a fare qualche esempio e tutti si renderanno conto in modo lampante di quanto stiamo dicendo.

  1. Dai! – Usato per esprimere esortazione o incoraggiamento. Esempio: “Non fare così, dai!” (Non fare così, su!).
  2. Magari! – Usato per esprimere un desiderio. Esempio: “Magari potessi andare alla festa stasera!” (Magari potessi andare alla festa stasera!).
  3. Boh! – Usato per esprimere incertezza o indifferenza. Esempio: “Che ne pensi?” “Boh!” (Che ne pensi? Boh!).
  4. Mannaggia! – Usato per esprimere frustrazione o disappunto. Esempio: “Mannaggia, ho perso il treno!” (Mannaggia, ho perso il treno!).
  5. Che casino! – Usato per descrivere una situazione caotica. Esempio: “Che casino c’è in questa stanza!” (Che disordine c’è in questa stanza!).
  1. Petaloso – Inventato da un bambino e riconosciuto dall’Accademia della Crusca, significa “pieno di petali”.
  2. Apericena – Una combinazione di aperitivo e cena, molto popolare in Italia.
  3. Balconing – Derivato dall’inglese, indica il pericoloso sport di saltare dai balconi nelle piscine.
  4. Cyberbullismo – Bullismo che avviene tramite internet e social media.
  5. Selfie – Foto scattata a sé stessi, spesso con uno smartphone.

Questi termini riflettono come la lingua italiana si evolve e si adatta ai cambiamenti culturali e tecnologici. Ad indicare qualche termine specifico sull’influenza dell’inglese, non c’è che l’imbarazzo della scelta, tanto di frequente si trovano nel linguaggio comune.

  1. Smartphone – Telefono intelligente.
  2. Weekend – Fine settimana.
  3. Meeting – Riunione.
  4. Stress – Tensione o pressione psicologica.
  5. Shopping – Fare acquisti.
  6. Manager – Dirigente.
  7. Fitness – Allenamento fisico.
  8. Chat – Conversazione online.
  9. Email – Posta elettronica.
  10. Startup – Nuova impresa innovativa.

Questi termini sono spesso utilizzati senza traduzione, riflettendo l’influenza crescente dell’inglese nella vita quotidiana e nei vari settori professionali.

Eppure, a ben riflettere, volendo fare riferimento a una popolazione che invecchia, gli anziani riescono a padroneggiare tali mutamenti? L’influenza dell’inglese e i cambiamenti linguistici possono rappresentare una vera e propria sfida per la popolazione anziana, ma molti fra loro riescono ad adattarsi a questi mutamenti, anche se con qualche difficoltà.

Esistono, tuttavia, alcuni punti chiave.

  1. Adattamento e comprensione: Gli anziani tendono a mantenere una buona comprensione della lingua madre, ma possono avere difficoltà con i neologismi e i termini stranieri, specialmente quelli legati alla tecnologia e ai nuovi media. Molti, però,  riescono a imparare nuovi termini attraverso l’interazione con le generazioni più giovani e l’uso dei media.
  2. Supporto sociale: La famiglia e la comunità giocano un ruolo cruciale nell’aiutare gli anziani a comprendere e utilizzare nuovi termini. Le interazioni intergenerazionali sono particolarmente utili in questo contesto.
  3. Risorse educative: Esistono programmi e risorse educative specifiche per gli anziani che mirano a migliorare le loro competenze linguistiche e digitali. Questi programmi possono includere corsi di alfabetizzazione digitale e linguistica.

Nonostante tutto questo, esiste comunque una resistenza ai cambiamenti linguistici. Ecco perché alcuni preferiscono utilizzare termini e strutture linguistiche tradizionali. Questo può essere dovuto a una combinazione di fattori, tra cui abitudini consolidate e una minore esposizione ai nuovi termini.

In generale, mentre gli anziani possono affrontare delle sfide nell’adattarsi ai cambiamenti linguistici, con il giusto supporto e le giuste risorse, la maggior parte della popolazione riuscirà a mantenere una buona comprensione e a utilizzare meglio la lingua moderna.


Quattro francobolli dedicati ai Borghi d’Italia

Poste Italiane dedica quattro francobolli ai Borghi d’Italia. Sì, la notizia è assolutamente vera! Il 5 luglio 2024 Poste Italiane ha emesso quattro francobolli ordinari appartenenti alla serie tematica “il Patrimonio naturale e paesaggistico”, dedicati ai Borghi d’Italia – Serie turistica.

I francobolli, da 1,25€ ciascuno, raffigurano scorci mozzafiato di:

Pescocostanzo, con la sua Piazza del Municipio e il Palazzo cinquecentesco.

Stilo, con il tempietto greco-bizantino denominato “la Cattolica”.

Codrongianos, con una vista panoramica del paese di origine romana.

Scicli, con il colle di San Matteo e la chiesa omonima, simbolo del barocco siciliano.

Questa emissione rappresenta un omaggio alla bellezza e al fascino dei borghi italiani, veri gioielli del nostro patrimonio culturale e paesaggistico. Sono stati tirati 2.400 esemplari per ciascun francobollo, stampati in rotocalcografia su carta bianca, patinata neutra, autoadesiva, non fluorescente. L’autrice dei bozzetti è la grafica Tiziana Trinca

I francobolli sono disponibili presso gli Uffici Postali con sportello filatelico, negli “Spazio Filatelia” di Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma, Roma 1, Torino, Trieste, Venezia, Verona e i distributori filatelici di tutto il territorio nazionale, oppure online sul sito web di Poste Italiane: https://filatelia.poste.it/retail.

Oltre ai francobolli, Poste Italiane ha emesso anche alcuni prodotti filatelici correlati, tra cui cartoline, tessere e bollettini illustrativi.

Gli appassionati di filatelia o semplicemente gli amanti dei borghi italiani, non possono perdere questa occasione per arricchire la loro collezione con questi preziosi francobolli!


Artonauti: la collezione di figurine per avvicinare i bambini alla storia dell’arte e alle scienze

In edicola dal 20 febbraio il quinto album di figurine Artonauti, Arte e Scienza – Le invenzioni che hanno cambiato il mondo, un viaggio fantastico alla scoperta delle straordinarie imprese dell’ingegno umano viste attraverso la lente dell’arte.

L’album presenta anche il tema contemporaneo dell’intelligenza artificiale e invita i giovani lettori a intraprendere una riflessione sui cambiamenti e le novità introdotte da questa tecnologia.

Ora in edicola il quinto album Artonauti, Arte e Scienza – Le invenzioni che hanno cambiato il mondo, dedicato ai bambini, ma anche agli adulti di tutte le età, con 100 pagine e 100 opere d’arte, tra mosaici, dipinti, sculture e architetture, da comporre e scoprire attraverso 280 figurine adesive. L’album, inoltre, contiene 14 illustrazioni che raccontano la storia dei personaggi dipinte dall’artista Pietro Canepa. La collezione è arricchita da 25 Twin Cards, coppie di carte gemelle da collezionare per giocare a memory e approfondire l’arte e la scienza divertendosi.

La raccolta guida il lettore in un viaggio straordinario nella storia, alla scoperta delle eccezionali imprese di artisti e scienziati. Attraverso la speciale lente dell’arte, sono messe in risalto opere, invenzioni e tecnologia, frutto dell’ingegno umano e diquella creatività che ha rivoluzionato la storia e che ancora oggi muove il mondo – dalle piramidi dell’antico Egitto, passando per la cupola di Brunelleschi, fino ad arrivare all’invenzione del microscopio, del telescopio e alle ultime missioni nello spazio. Insieme agli Artonauti, i protagonisti di questa storia sono gli architetti, gli artisti e gli scienziati che hanno lasciato un’impronta nella storia dell’umanità, plasmando la realtà che conosciamo oggi. Dall’antichità alle epoche più moderne, figure come Imhotep, Policleto, Leonardo Da Vinci, Fibonacci, Brunelleschi, Nadar, Gaudì ci ricordano che l’incontro tra scienza e arte non solo è possibile ma auspicabile per ottenere risultati sorprendenti. L’album introduce anche il tema delle applicazioni dell’intelligenza artificiale, cercando di suscitare una riflessione nei giovani lettori. In questo contesto, anche loro si trovano ad affrontare una nuova sfida, tra curiosità e timore, che la storia ci insegna essere inevitabile ma al contempo un’opportunità da comprendere e vivere.

Nell’album sono presenti inoltre alcuni contenuti speciali, come un QR code sulla copertina che rimanda a ulteriori approfondimenti e articoli, giochi, indovinelli e quiz che coinvolgono i lettori nell’apprendimento attraverso il gioco. Ad arricchire l’album, anche brevi video di scienziati, architetti e artisti, che forniscono un’esperienza più approfondita del loro lavoro, come Luca Perri, esperto di astrofisica, che condivide in modo chiaro e coinvolgente le misteriose peculiarità dell’universo e dei pianeti e Paola Roccabianca, docente di microbiologia molecolare presso l’Università Statale di Milano, che guida i lettori in un viaggio attraverso delle straordinarie immagini al microscopio che sottolineano la complessità della vita.

Il progetto per la sua originalità e qualità, ha vinto la quarta edizione del bando di Fondazione Cariplo per l’Innovazione Culturale e il premio Piccolo Plauto 2022 come progetto caratterizzato da elevata qualità pedagogica e didattica.

«Con Artonauti è come se portassimo i musei direttamente nelle mani delle persone, avvicinandole all’arte in modo divertente. L’arte è un linguaggio, ed è necessario abituarsi a leggerla e a capirla. Imparare a farlo fin da piccoli, con uno strumento pensato appositamente per facilitare la comprensione di questo mondo, è un’occasione unica» commentano Daniela Re, e Marco Tatarella, founder di Artonauti.

Sia l’album che le figurine Artonauti sono disponibili in edicola, sul sito ufficiale Artonauti e su Amazon.

L’album con 3 pacchetti di figurine è venduto a 3,90 € e un singolo pacchetto di figurine costa 0,80 € con 5 figurine e una card.


Artonauti è il primo album di figurine dell’arte in Italia e nel mondo. Il progetto nasce da un’idea di Daniela Re, insegnante e mediatrice culturale di lunga esperienza, specializzata in riabilitazione cognitiva, e Marco Tatarella, editore di libri d’arte e periodici musicali. L’obiettivo è rendere l’arte accessibile a tutti attraverso il gioco. Artonauti è più di un semplice album, è la storia di due bambini e un cane che compiono un fantastico viaggio nel tempo alla scoperta dei tesori dell’arte.

Ci sono le figurine da attaccare, ma anche giochi e indovinelli, curiosità e aneddoti per avvicinare i piccoli lettori agli artisti e alle loro vite. Seguendo le avventure di Argo, Ale e Morgana i bambini si appassionano alle avventure degli artisti come veri e propri eroi. Il primo album pubblicato è stato Artonauti, la storia di un viaggio nel tempo alla scoperta dei grandi maestri e delle loro opere, seguito da Il Novecento: alla ricerca dei tesori rubati, il cui focus del racconto è il salvataggio dell’arte dalla distruzione e dai furti di guerra. Il terzo album della collezione, Tutto il mondo, racconta la bellezza del pianeta attraverso l’arte, mentre il quarto, L’anello di re Salomone, narra i capolavori della storia dell’arte che esplorano i quattro elementi – terra, acqua, aria e fuoco. Il progetto culturale, per la sua originalità e qualità, ha vinto la quarta edizione del bando di Fondazione Cariplo per l’Innovazione Culturale e il premio Piccolo Plauto 2022 come progetto caratterizzato da elevata qualità pedagogica e didattica.


Samantha Mattiuzzi
Web Marketing
Da Samantha Mattiuzzi samantha.mattiuzzi@artonauti.it  

Roma, secondo appuntamento di “Vino Sapiens” – Incontro con l’Enologo Nicola Biasi e Degustazione

LA SOSTENIBILITÀ VITIVINICOLA

La qualità del vino raccontata dall’enologo Nicola Biasi 

Il 24 aprile a Roma l’incontro organizzato da Vino Sapiens 

Secondo appuntamento del ciclo di incontri organizzato da Vino Sapiens,Mercoledì 24 aprile, alle 20.00, nella sua sala degustazione di Via dei Virgulti 44 a Roma. 

Questa volta il piacere di ascoltare Nicola Biasi -“Enologo dell’anno 2022” a valle di tanti altri precedenti riconoscimenti – e poi l’assaggio “relazionale” di 8 etichette della Rete Resistenti, capace di rivelare qualcosa di nuovo o da riscoprire.

“Il vitigno può ancora essere la chiave interpretativa del territorio, e il vino il suo narratore? L’attuale instabilità delle stagioni mina questa relazione fondamentale, che nell’ultimo secolo è stata una certezza per produttori e consumatori. Non possiamo esimerci dalla riflessione e dall’indagine su questi temi – affermano i fondatori di Vino Sapiens, Costantina Vocino e Marco Felini – se vogliamo rimanere consapevoli della funzione del vino e del suo posto all’interno della civiltà”.

Dopo la lectio magistralis del prof. Marco Stefanini, che ha riferito sullo stato della ricerca e delle possibilità di ottenere varietà capaci di tollerare la pressione delle malattie fungine, l’attenzione si sposta, in questa seconda serata con Nicola Biasi, all’aspetto concreto dell’allevamento (in diversi terroirs) e della vinificazione (con diversi stili) di uve da vitigni PIWI (“pilzwiderstandsfähig” in tedesco). Dopo aver permesso una significativa riduzione dell’uso di pesticidi e fitofarmaci in campagna, queste varietà, negli ultimissimi anni, stanno sempre più trovando protocolli di vinificazione adatti ad esaltarne le caratteristiche peculiari, oggi ancor di più ricercate a causa dei difficili andamenti vendemmiali. 

Una rete in cui cadere conviene

Imprescindibile oggi fare rete, anche per l’industria vitivinicola, non solo per ragioni di opportunità economica, ma anche per garantire un proficuo e costante scambio di informazioni, conoscenza, idee, buone pratiche e soprattutto strategie per il futuro del vino. Una di esse è La Rete Resistenti – Nicola Biasi, rete d’imprese composta da otto aziende agricole che operano in territori diversi tra Friuli, Veneto e Trentino, dal Mare Adriatico alle Dolomiti. Un progetto ambizioso, che punta a raggiungere una eccellenza qualitativa dei prodotti, coniugandola però con metodologie e pratiche vitivinicole sostenibili.  Il 24 aprile l’affermato enologo Nicola Biasi darà riscontri oggettivi sulla viticoltura sostenibile, a partire dalle sue ricerche e dalle sue pluriennali esperienze di vinificazione con le “varietà resistenti“. 

La qualità che annulla i pregiudizi

Appurato che queste nuove varietà abbiano geni di resistenza naturale, tali da consentire nel loro allevamento una drastica riduzione di impronta carbonica e di compromissione ambientale, esse devono oggi confrontarsi con un’altra forma di resistenza: il pregiudizio. Si tratta di rispondere alle obiezioni di messa a rischio del multiforme patrimonio ampelografico, di omologazione di vini e tradizioni che fanno ricca l’Italia, e del rischio di ripercorrere la deriva di certi vini naturali, che spacciano difetti per virtù. La proposta di Nicola Biasi e del suo gruppo è invece quella di offrire prodotti di elevata qualità, dove i vitigni esprimono i territori in cui sono radicati, dall’Adriatico alle Dolomiti. 

Ecco l’idea della Rete di imprese, ben più di un’associazione: una comunanza di visione e di condivisione per valorizzare al meglio le diverse potenzialità aziendali. Dalla piccolissima cantina di alta montagna trentina alla realtà più vasta e più strutturata della collina friulana, l’attenzione è rivolta alla sostenibilità ambientale, economica e sociale, che si consolida con proposte capaci di convincere il mercato in modo non estemporaneo, ma con una continuità affidabile di qualità e di riconoscibilità. Non una moda dunque, o l’ennesima declinazione bizzarra di una sedicente naturalità, ma una possibilità concreta, scientificamente attestata e attuabile nel lungo periodo, di rendere la viticoltura di qualità assai meno impattante a livello ambientale.

Come consulente e come titolare di una sua propria cantina, Nicola Biasi ha saputo portare i vini elaborati a partire da questi nuovi vitigni a elevati standard qualitativi, apprezzati dal pubblico e riconosciuti dai critici di settore. Sarà possibile ascoltare quali siano i risultati raggiunti e quali sfide attendono questo pilastro dell’economia e della cultura italiana e, attraverso l’assaggio, scoprire alcuni degli esempi più interessanti della selezione dell’enologo, interamente basata sulla trasformazione di uve Piwi: ECELO 1° – CA’ DA ROMAN; M’AMA 2022 – AZ.AGR. ALBAFIORITA; FORTE 2022 – COLLE REGINA; BABY RETINES 2022 – RESISTENTI NICOLA BIASI; DIVENTO 2022 – VIGNETI VINESSA; SINFONIA 2022 – TENUTA DELLA CASA; COSTANTE 2022 – POGGIO PAGNAN e il leggendario VIN DE LA NEU 2020 – NICOLA BIASI. 

Nicola Biasi nasce in Friuli, terra di vini e, dopo il diploma di Enotecnico, lavora per importanti aziende del Friuli come Jermann e Zuani della famiglia Felluga. Prima di trasferirsi in Toscana, Nicola lavora per Victorian Alps di Gapsted in Australia e poi in Sud Africa per Bouchard Finalyson, dove amplia le sue conoscenze enologiche internazionali. Marchesi Mazzei, San Polo a Montalcino e Poggio al Tesoro di Bolgheri di Allegrini sono le aziende Toscane per cui lavora come enologo per quasi dieci anni. Nel 2016 Nicola decide di intraprendere l’attività di libero professionista fino ad arrivare al 2020 a fondare la Nicola Biasi Consulting che vanta consulenze in quasi tutte le regioni d’Italia. Premiato nel 2020 durante la Vinoway Wine Selection 2021 come Miglior Giovane Enologo d’Italia e a giugno 2021 durante l’anteprima del Merano Wine Festival riceve l’ambito premio Cult Oenologist, riservato ai 7 migliori enologi italiani. Il più̀ giovane di sempre a ricevere questo riconoscimento. Nello stesso anno fonda la rete d’imprese Resistenti Nicola Biasi, un progetto che raggruppa al momento otto aziende vitivinicole differenti accomunate da un unico obiettivo: produrre vini di eccellenza praticando la concreta e reale sostenibilità, in vigna e in cantina, salvaguardando in maniera concreta l’ambiente. Il suo Vin de la Neu si ritaglia sempre più spazio tra i grandi vini, la critica la posizione di diritto tra i grandi bianchi italiani.


Hub culturale, ha l’obiettivo di generare consapevolezza e raccontare ai consumatori i vini della selezione Sapiens. L’intento è quello di preparare il fruitore ad un tipo di esperienza più ampia del mero gesto del bere o del valutare un’etichetta: un’esperienza estetica nuova dove il gusto non è più legato alla sola analisi organolettica, ma diventa l’innesco di una relazione più ampia. Attraverso un’attività strutturata di advocacy, si occupa di creare nuove audience e incoraggiare la distribuzione e la conoscenza delle categorie di vino selezionate: PIWI, Ossidativi, Spumanti Tattili e vini del cuore. 


Comunicazione
VINO SAPIENS
e-mail: dianadaneluz410@gmail.com